Giugliano. Polemica XIII Martiri. Coppola: «Smettiamola con questa telenovela insensata!»

di Emmanuele Coppola

Coppola: “Io mi sono fermato ad accertare le testimonianze evidenti e a raccontare quella storia, quella memoria che altrimenti si sarebbe dissolta”.

Ho creduto, all’impronta, che il titolo fosse stato sparato dalla Redazione, perché mai mi sarei aspettato che il mio interlocutore distante potesse arrivare a tanta esasperata violenza concettuale non trovando più quali argomenti affilare per dare l’impressione di essere rimasto a combattere sul ring, dove prometto che da questo momento si ritroverà da solo perché non ci sono le condizioni, per me, di continuare a rincorrerlo sulla perimetrale delle corde. Credendo ancora che l’allucinante provocazione mediatica fosse opera di un redattore di Abbiabbè con l’intento di mantenere il fuoco acceso, con la pacata predisposizione dell’incredulo mi sono andato a leggere l’ultimo pezzo di Vincenzo Faiello, nel quale, verso la fine, come a voler tirare le conclusioni, egli così animosamente si esprime, rivolgendosi a me: «Noto infine con stupore e con tristezza che ti ostini a difendere gli aggressori nazisti a scapito del dati storico».

Mi dispiace scantonare, ma, per questa incredibile affermazione, devo necessariamente domandare al Faiello dove egli sia andato a scuola, cioè dove avrebbe imparato a leggere, visto che io normalmente scrivo e mi esprimo in un buon italiano, come d’altronde mi viene costantemente riconosciuto. Ma oltre non intendo offendere il mio interlocutore, se non altro per una reciproca pregressa frequentazione amicale, che – voglio credere – non sarà questa contrapposizione occasionale ad incrinare.

Tuttavia, ora dico: ‘‘Smettiamola con questa telenovela insensata!’’. Mi rivolgo, ovviamente, a Vincenzo Faiello, che, nel voler contrastare una mia puntuale e necessaria precisazione, ha ulteriormente dimostrato di star continuando ad andare per la sua strada, nel senso che non si è ancora reso conto che ci troviamo attestati su due fronti diametralmente opposti ed inconciliabili, là dove io ho raccolto notizie fondate e scritto di storia a quarant’anni dall’eccidio di Piazza Annunziata, mentre lui ora, a distanza di settantatré anni, ci vuole convocare i suoi testimoni per contraddire quello che è stato puntigliosamente documentato, per dimostrare che cosa, io non l’ho capito, ma che certamente non c’entra niente con l’esatta ricostruzione di quegli eventi dolorosi del 30 settembre 1943, e dintorni.

Io mi sono fermato ad accertare le testimonianze evidenti e a raccontare quella storia, quella memoria che altrimenti si sarebbe dissolta per sempre. Non mi sono mai interessato a fare congetture e interpretazioni sulla legittimità della rappresaglia nazista alla luce di un qualsiasi codice di guerra. Ho raccolto testimonianze di fatti accaduti quando era ancora possibile farlo, ed ho scritto un libro quando erano viventi quelle persone che ho citato con la loro esatta individuazione, che hanno poi letto il libro e non hanno avuto nulla da contestarmi rispetto a quanto essi stessi mi avevano raccontato con un fremito di dolorosa partecipazione, mentre io chiedevo a ciascuno di essi di approfondire i particolari per coglierlo eventualmente in contraddizione rispetto alle stesse cose raccontatemi da altri testimoni dello stesso tragico momento storico. Quindi, dico finalmente a Vincenzo Faiello, ma per rivolgermi a quanti fino ad ora si saranno appassionati a questo argomento, che stiamo parlando di due cose diverse, ovvero di fatti storici documentati e di supposizioni interpretative da dimostrare non saprei con quali documenti, cosa che – lo ripeto – non mi interessa.

Dovrei fermare qui questo ulteriore riscontro al ritorno in argomento di Vicenzo Faiello, che mi rendo conto non è e non può essere il mio interlocutore. Ma è necessario, per me, che si chiarisca qualche equivoco che non c’entra niente con la contrapposizione critica sulla storicità apodittica dei fatti narrati, dai quali non potrà assolutamente smuovermi. Lo faccio, perché mi dispiace che egli abbia potuto leggere un’offesa personale nel mio argomentare, riferendomi a due sostanziali passaggi contenuti nella sua ultima esposizione pubblica dell’11 ottobre su Abbìabbè.

E parto dall’ultima, là dove, in conclusione, egli scrive: «voglio sperare che questa scelta della mia foto in atteggiamento scherzoso non sia un modo per sminuire un lavoro fatto con passione e amore per la mia gente». Al che io osservo che di questa foto non so niente, e manco sto a domandarmi cosa c’entri con la questione; penso che l’iniziativa guascona sia opera della Redazione, che io non commento.

Più delicata mi sembra la questione della qualifica professionale di ‘‘grafologo’’, là dove Vincenzo Faiello si inalbera oltremodo risentito, come fosse stato offeso, scendendo a difendere la sua «capacità di analisi» riferita al possesso della «specialistica in criminalistica e criminologia cui si accede previa laurea magistrale in giurisprudenza». Mi risparmio di riportare il resto, con il quale giustamente egli si dà merito della professionalità acquisita in «una decennale esperienza» insieme con il fratello Andrea, che io ben conosco e stimo. Non mi pare di aver messo in ombra tutto questo, ché anzi non ne ho proprio parlato; ma sto a domandarmi ancora cosa c’entri con la questione che egli ha voluto sollevare circa la veridicità dei fatti accertati, e che egli continua a contestare con plateale illogicità. Tirare in ballo la sua specifica ed incontestata professionalità di grafologo da far valere in questo caso allotrio, sarebbe come giustificare che un eccellente musicista possa contestare ad un ingegnere la bontà dei suoi calcoli sul cemento armato. Quindi ribadisco la mia domanda a tale proposito: Cosa c’entra?

Detto questo, non è il caso che io ritorni a puntualizzare quanto ho già contestato al Faiello a proposito delle sue incredibili ed infondate asserzioni pubblicate il 4 ottobre scorso e reiterate a distanza di sette giorni. Tuttavia, devo lasciarmi trascinare nella sua sterile polemica (e lo faccio, come promesso, per l’ultima volta), perché egli così mi si rivolge ancora: «Noto che molti elementi anche riportati da te, non coincidono con i racconti che però proprio in questi giorni mi sono stati ribaditi da testimoni diretti (ancora in vita) e che confermano molti punti che tu contesti animatamente e, permettimi di dirlo, anche forzatamente». E parla ancora della durata dell’esposizione dei cadaveri in Piazza Annunziata, e dice che «un certo ‘‘Sannazzaro’’ li trasportò a scapito del tragico stato di decomposizione». Inoltre, il Faiello insiste a riconfermare che il Guarino fu riportato in piazza il giorno dopo per essere lasciato a morire sugli altri cadaveri; e finalmente ci fa capire che egli avrebbe raccolta questa preziosa testimonianza «dalla compianta e amata Anna» (quindi non più vivente), la quale gli avrebbe anche riferito che il padre aveva 40 anni.

E sì, perché io so bene che questa Anna era la figlia di Antonio Guarino, la piú piccola, che allora aveva circa undici anni. E so bene che la bambina non fu testimone, come invece lo fu tragicamente il fratello Giovanni, che aveva quindici anni e fu presente in ospedale ad assistere il padre morente. Quindi, per concludere, devo ancora ribadire che il Guarino non aveva 40 anni, bensí 57, essendo nato il 30 ottobre 1886. E chiudo rilevando che il Faiello parla di un certo ‘‘Sannazzaro’’, ad ulteriore riprova della confusione delle sue fonti storiche. Si tratta, invece, di un certo Pannazzaro: così, infatti, era comunemente denominato il signor Vittorio Alfieri, il mio testimone, perché aveva un negozio di panni al Corso Campano, che io ho intervistato a tempo debito e del quale conservo la registrazione vocale, così come si ritrova trascritta nel mio libro.

Pertanto, io dico ancora, e chiudo: Smettiamola con questa telenovela insensata, perché, se altro si vuole continuare ad argomentare, devo congetturare che la materia attenga allo scadimento delle risorse.

 

 

Ecco l’immediata risposta di Faiello

“Noto finalmente con piacere e soddisfazione che quella che impropriamente è stata vista come una contrapposizione personale, è stata definitivamente descritta come un civile confronto . Le differenze che Emanuele mi fa giustamente notare hanno una logica spiegazione che si trova nei limiti della memoria e nei ricordi dei protagonisti duramente colpiti. Altro limite è l’errore che normalmente da la scrittura elettronica che invece che “pannazzaro” mi ha scritto “Sannazzaro “…. Non sarà certo in confronto dove ogni uno rimane nelle due posizioni a incrinare anni di rapporti amichevoli. Tant’è che , come ho ripetuto ai “commentatori ” che avevano inteso prendere le tue difese, non volevo e non ho intenzione di contrappormi in alcun modo al valore delle tue ricerche senza le quali (lo hai giustamente ribadito ) sarebbe persa una preziosa memoria. Ancora una volta confermarmo la mia convinzione e non ptetendo di chiederti di adeguarti adcessa .Rispetto le posizioni che tu hai precisato nella tua più recente posizione. Ho precisato il fondamento delle mie esperienze nella ricerca e vetifica dei documenti probatori per ribadire il fondamento del mio interesse, oltre che legato a vicende personali, ma pur anche tecnico. Solo per tempo e per impegni familiari stringenti, ho rinviato di chiederti una serena occasione di confronto personale, mi riprometto di contattarti al più presto per farlo”.

Commenta per primo