“Cosa ci insegnano le recenti Amministrative”, il commento del prof. Antonio Iodice

Produrre considerazioni generali sulla base di elezioni locali è sempre un esercizio rischioso, da prendere con le molle. Comunque ci proviamo, lasciando ad altri il focus specifico su Napoli e considerando che la scorsa domenica sono andate alle urne alcune delle più importanti città italiane, all’interno di un percorso di consultazione che si concluderà idealmente con il referendum costituzionale del prossimo ottobre.

Chi ha vinto? È difficile dirlo e non solo perché deve ancora svolgersi il ballottaggio in sei dei sette maggiori Comuni interessati al voto. Una prima considerazione ci suggerisce come non ci siano Grandi Vincitori: certo, l’eventuale – e probabile – vittoria dei Cinque Stelle a Roma sarebbe importante, simbolicamente più che concretamente, perché negli ultimi anni amministrare la Capitale ha significato ottenere più rogne che non visibilità e soddisfazioni. Però, a parte l’eventualità che la Raggi salga al Campidoglio, i grillini si sono presentati alle elezioni amministrative solo nell’8% dei Comuni nei quali si andava al voto e sono arrivati al ballottaggio solo in 20 città su 1.300, quindi nell’1,4%. Un po’ poco per parlare di “tripolarismo” ormai raggiunto e di “marcia a Cinque Stelle” sull’Italia. Certo, a Torino il MoVimento è andato bene, ma le scelte di Milano e Napoli si sono rivelate assolutamente infelici, come nelle previsioni. A Milano, ad esempio, dove il voto era molto atteso anche perché veniva dopo il successo dell’Expo – a dimostrazione che anche l’Italia riesce a organizzare Grandi Eventi senza farsi travolgere dagli scandali – l’82% degli elettori si è schierata per il candidato del centro-sinistra o per quello del centro-destra, a dimostrazione che il bipolarismo non è necessariamente un tentativo di semplificazione ormai archiviato: al contrario, i cittadini hanno sempre più desiderio di candidati-manager che si dimostrino seri e preparati, in attesa che i partiti si decidano a riorganizzare quelle scuole-quadri e quei centri di formazione politica che nel passato costituivano il loro fiore all’occhiello.

Arriviamo al PD: è andato veramente così male? Certo, in una città cresciuta sul piano internazionale come Torino ci si attendeva un vantaggio maggiore per Fassino, forse pure a Bologna, mentre in diversi città di media grandezza il partito non è riuscito ad andare neanche al ballottaggio, superato da liste civiche che ormai si sono diffuse a macchia d’olio, soprattutto nei Comuni sotto i 15mila abitanti. A ben vedere, però, il successo ottenuto, in molte città capoluogo di provincia, da candidature espressione di comitati locali e di associazioni radicate sul territorio ha penalizzato tutti i partiti nazionali e non solo il PD, il quale comunque, se verranno rispettate le previsioni, dopo il ballottaggio porterà a casa la conferma di Torino, di Bologna, di Milano (con uno scarto inferiore), forse di Trieste, mentre ha già incamerato quella di Cagliari, direttamente al primo turno. Certo, a Roma ci sono 130mila voti di scarto tra la Raggi, che adesso veleggia con il vento in poppa, e Giachetti, ma otto anni fa Alemanno recuperò nel ballottaggio 180mila voti a Rutelli, quindi non si può mai dire. Poi c’è Napoli, dove il Pd ha subito una vera Caporetto. Ma si può dire che fosse così inaspettata? Oppure dobbiamo ammettere che le elezioni hanno permesso di raccogliere quanto è stato seminato negli ultimi cinque anni? Poco, a dire il vero, molto poco, con un’opposizione assolutamente incolore per un’intera legislatura, tanto che dopo dodici mesi dall’insediamento già si parlava di conferma per de Magistris. Bene farà Renzi a commissariare il PD campano, operando un cambio di rotta che noi auspichiamo da tempo. Se le previsioni saranno confermate, de Magistris amministrerà la città per altri cinque anni, nei quali ci aspettiamo meno retorica anti-sistema e più atti concreti. Soprattutto, non solo noi, ma diverse migliaia di napoletani auspicano finalmente una sinergia con il governo centrale – ai fini di un intelligente, razionale e trasparente utilizzo delle risorse già stanziate per la città – dismettendo gli abiti del “Masaniello 2.0” in funzione anti-Renzi, adesso che la campagna elettorale volge al termine. Riconosciamo a de Magistris un seguito popolare che rispettiamo e non sottovalutiamo, ma attendiamo adesso un salto di livello nella qualità del suo operato.

Se c’è un dato che emerge inequivocabile dalle elezioni dello scorso 5 giugno è rappresentato dal crollo degli “estremi parlamentari”, nonostante, di solito, la crisi economica polarizzi le preferenze degli elettori esasperati e impoveriti, come si è visto in Europa. A sinistra del PD c’è il vuoto cosmico: sommando il risultato che hanno ottenuto, ciascuno nella sua città, il romano Fassina, il torinese Airaudo, il bolognese Martelloni, il cagliaritano Lobina e il triestino Furlanic otteniamo meno del 18% totale. Un risultato imbarazzante, accompagnato ovunque da polemiche interne e contrasti insanabili. Ancora una volta le elezioni certificano quello che accade nella società e nella quotidianità politica: una sinistra priva di una credibile proposta programmatica, di una visione del Paese e di una solida presenza nei posti di lavoro. Dove pensa di andare questa sinistra rabberciata, adesso che anche le giovani generazioni sembrano averle voltato le spalle, in favore di Beppe Grillo? Neanche l’estrema destra ride: i “fascisti del Terzo Millennio”, cioè Casapound, hanno avuto riscontri bassissimi ovunque si siano presentati, nonostante il precedente risultato di Bolzano – frutto di dinamiche locali – e soprattutto l’involontaria pubblicità della Boschi, con l’indotto di una costante presenza nei principali talk-show televisivi. Neppure il “fronte lepenista” ha sfondato, per fortuna: a Roma la Meloni non ha raggiunto il ballottaggio, superata da un PD che navigava in pessime acque, mentre a Milano la Lega ha preso l’11%, quasi doppiata da un partito, Forza Italia, che nel resto d’Italia neppure esiste più. Insomma, se c’è un minimo comune denominatore da ricavare dalle elezioni della scorsa domenica, questo consiste nell’insuccesso del “candidato anti-sistema”, al netto dell’exploit romano di Virginia Raggi, “allenata” comunque da qualche anno di opposizione in consiglio comunale.

Nelle città italiane il “modello Donald Trump” non vince: c’è da gioirne.

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