Giugliano ed i 13 Martiri, l’altra verità: non fu una rappresaglia ma un atto per spegnere la Resistenza Antifascista

Riceviamo e pubblichiamo il contributo del grafologo Vincenzo Faiello, il quale attraverso una ricerca documentale ha ricostruito una realtà differente, rispetto a quella ufficiale, sulla storia dei XIII Martiri giuglianesi il cui ricordo vive proprio in questi giorni.

IL FONDAMENTO DELLE RICERCA DOCUMENTALE .
Il fatto:
30 settembre 1943. Piazza Annunziata a Giugliano , 13 uomini dai 16 ai 50, vengono uccisi sul sagrato della Chiesa, sotto gli occhi inermi e terrorizzati di figli, mogli, fratelli, genitori,  tenuti a distanza dai soldati tedeschi.
L’arma adoperata , una mitragliatrice da campo con pallottole che potevano perforare un carro armato.
Gli autori materiali furono i soldati dell’esercito tedesco comandati dal cap. Otto Gall.
Gli sfortunati furono tenuti in piedi dalle prime ore del mattino ed erano stati rastrellati nelle case e nelle fattorie della zona.
I cadaveri furono lasciati alle intemperie per i giorni successivi e sotto la pioggia a dirotto e rimossi solo dopo che la medaglia d’oro al valor civile Padre Pietro Cannone, allora direttore dell’Istituto Fratelli Maristi, ebbe  ottenuto il permesso dei tedeschi e con l’ausilio di un carretto e di un volontario anonimo, trasportò i corpi  a ridosso del confine del cimitero (furono sepolti con mezzi di fortuna solo dopo che gli americani arrivarono, solo dopo una settimana e in condizioni igieniche terribili) .
Gli americani erano sbarcati a Salerno ed Anzio e in Sicilia iniziarono a deportare i rappresentanti delle comunità cittadine che avevano collaborato con gli occupanti nazisti.
Erano frequenti gli eccidi di inermi cittadini che capitavano solo sulla strada delle pattuglie tedesche (Felice Pirozzi, seminarista di solo 16 anni, fucilato nei pressi del cimitero di Giugliano, tre uomini uccisi senza alcun motivo nelle campagne di Melito, quattro sacerdoti uccisi a Mugnano solo per essersi fatti ricevere dal  cap. SS Otto Gall e per chiedere di risparmiare più gravi lutti ai civili.
Uomini e ragazzi erano al fronte e altri erano nascosti nelle campagne e nei casolari proscritti dai rastrellamenti e dalle deportazioni coatte da cui pochi tornarono vivi. Il clima era di grande dolore, tensione e preoccupazione in attesa dell’arrivo ormai imminente degli americani che però, assestati a pochi chilometri, entrarono in Giugliano solo dopo un assiduo cannoneggiamento sul paese che valutavano essere una roccaforte tedesca (entrarono in Giugliano “ epurata” dai tedeschi solo il 4 ottobre 1943). I cannoneggiamenti causarono ulteriori morti fra i civili.
In particolare erano visti con sospetto tutti coloro che indossavano un abito talare poiché i tedeschi, sospettosi , imputavano a questi il reato di diserzione (che prevedeva la fucilazione sul posto) “vedi appunto l’uccisione del seminarista Pirozzi e dei quattro sacerdoti e seminaristi di Mugnano (uccisi presso la masseria Baldascino al confine con Giugliano e Villaricca).

Il clima fra Napoli e la provincia nord:
I tedeschi rastrellavano tutti gli uomini per inviarli al lavoro coatto in Germania. In Campania fu una procedura molto usata, in particolare si ricorda la data del 23 settembre. Il rastrellamento in forze a Napoli iniziò il 27 e fu probabilmente una delle cause scatenanti del moto insurrezionale.
Il 12 settembre 1943 ci furono gli episodi più pesanti. Davanti alla caserma Zanzur vennero presi sei ostaggi tra cui quattro finanzieri, poi uccisi a piazza Borsa, dove una lapide li ricorda. Nel frattempo si registrarono altri scontri vicino all’Università.
Alle 15 del 12 settembre,  si presentò nel Cortile del Salvatore, all’interno dell’università,  una compagnia di soldati tedeschi a sostenere che dall’Università erano arrivati spari. Così appiccarono il fuoco e catturarono il marinaio italiano poi arso vivo sulle scale. Tutti coloro che erano stati rastrellati furono obbligati ad assistere e applaudire  all’esecuzione e l’episodio , “emendato” dei particolari più truci, è stato anche riportato da Nanni Loy nel suo film su ‘‘Le Quattro giornate”.
C’era un borghese italiano insieme ai tedeschi e costui ordinò a tutti di inginocchiarsi e di applaudire.
Le “quattro giornate di Napoli (27-30 settembre) erano in atto e la ribellione dignitosa del popolo, stava per scacciare i criminali occupanti.
Antefatto locale :
Il pomeriggio del 28 settembre 1943 un giovane soldato dell’esercito tedesco, tale Peter Vattermann, altoatesino arruolato nell’esercito germanico, cadde vittima di un imboscata mentre era da solo con l’auto di pattuglia, nei pressi di piazza Trivio.
Secondo il racconto di un testimone diretto, (La sig.ra Cira) , gli autori del presunto tentativo di rapimento che poi diventò un linciaggio,  furono alcune persone che nelle ore precedenti erano intente a commentare le razzie,  i rapimenti gli eccidi e la necessità di partecipare alle azioni di contrasto nell’imminenza dell’entrata degli americani.
Il militare tedesco era da solo e fu inseguito e quindi freddato, all’altezza dell’incrocio fra corso campano e via Marconi (circa un chilometro da piazza Trivio) , con un colpo di grazia dall’unico che possedesse una pistola (perché Guardia municipale) .
I civili rastrellati furono 13 e fra questi un invalido e un sedicenne, dopo la raffica che li sterminò furono lasciati agonizzanti e uno di loro (Vincenzo Guarino) riuscì a raggiungere il vicino ospedale, ma i militari il giorno dopo lo ripresero, gli strapparono le bende e  lo ritrasportarono trascinandolo a morire dissanguato insieme agli altri senza neppure il colpo di grazia e guardato a vista dalle belve con la mitragliatrice che minacciavano chiunque si avvicinasse.
Questa la cruda cronaca.
Fatti contemporanei e tragici che da quegli anni drammatici hanno visto cadere una coltre di dolore che ha offuscato la verità storica.
Ogni tentativo di inquadrare il contesto delle responsabilità negli anni ha dovuto infrangersi contro il muro del dolore dei sopravvissuti, delle vedove, degli orfani, dei fratelli, dei genitori degli uccisi a cui non si è potuto chiedere di vedere diversamente questi fatti se non con la costernazione di chi ha perso il padre, il marito, il fratello, il figlio.
Le ricostruzioni e le testimonianze parlano di un avviso con altoparlanti che intimava la consegna dei responsabili  entro le ore 15 del giorno 30, senza nessun rispetto per le  convenzioni internazionali che  legittimano la rappresaglia, ma per numeri determinati ( ancora non era stata emanata la DC legge Kesserling dei 10 contro uno ma la consuetudine secolare parlava di “decimazione” e comunque vietano l’uccisione di infermi e bambini o adolescenti ma soprattutto vietano l’accanimento sui feriti prescrivendo il “colpo di grazia” che è un atto di compassione per i moribondi).
Quelli di Napoli, Mugnano  e Giugliano, se non inquinati dal silenzio forzato sul momento storico drammatico,  vanno visti in un’unica ottica di insurrezione ad un esercito occupante, lasciato a infierire sui donne, vecchi e bambini.

Come per le quattro giornate di Napoli, le versioni storiche sono discordanti e fino ad ora si è voluto minimizzare l’apporto autonomo del popolo che partecipò direttamente con consistenti perdite . Si arriva a circa 663 morti, tra cui 69 donne, cifra paragonabile a quella dei morti nelle insurrezioni di Milano o Torino o Genova. La rivolta di Napoli sotto questo profilo era stata molto sottovalutata. Bocca e altri saggisti hanno parlato di 60 morti a Napoli, ma non è una cifra rispondente alla realtà).
Le versioni e le interpretazioni sull’eccidio di piazza Annunziata , forse in un atteggiamento di colpevolizzazione delle vittime, parla di “fatti mai chiariti” lasciando intravvedere che  il tutto si spieghi in un (mai provato) maldestro e offensivo tentativo di rapina. (il furto dell’orologio e dell’anello fu effettuato quando il cadavere era stato già riposto nei pressi del Vico Ponte sul proseguimento di via Marconi e non può essere imputato agli autori del linciaggio che si erano già dileguati).
La ricostruzione che qui precede lascia invero dei punti non chiariti ma non in ordine al fatto storico che evidentemente e con una semplice lettura contestuale strica, non può negare che  questo possa essere inquadrato in un azione di contrasto alle truppe occupanti, bensì al silenzio e alla diversa imputazione ad un fatto isolato e impropriamente scollegato dai fatti e dalla storia che stava macinando vite e dignità a riscatto della complicità dei fascisti e della criminale accondiscendenza di chi poi negli anni successivi, continuo a celare e nascondere.
Alcuni riscontri pervenuti attraverso le numerose testimonianze, lasciano dedurre che le persone autrici del preventivo pestaggio e poi dell’uccisione, non potevano essere abitualmente dedite ad attività criminali e nemmeno che essi avevano indole criminale. Qui di seguito si indicheranno le fasi:

  • l’aggressione e la successiva uccisione nel tardo pomeriggio del 28 settembre, allorquando (secondo le numerose testimonianze) , il militare altoatesino, venne aggredito quindi malmenato e poi ucciso.
  • Furono quattro gli aggressori e nessuno di loro era armato nemmeno di coltello , quindi non erano criminali o persone dedite  ad attività criminali.
  • Dopo la fuga del militare ,disarmato anche egli , il colpo di grazia fu dato dall’unico che deteneva una pistola legalmente.
  • È verosimile che l’intenzione originale era quella di effettuare un rapimento e poi consegnare il militare come ostaggio per ottenere la liberazione dei prigionieri che erano destinati alla deportazione, ma probabilmente  non fu più possibile e si decise per l’eliminazione.
  • E’ anche verosimile che si volesse dare un segnale di collaborazione all’ormai prossimo e apparentemente imminente arrivo delle truppe angloamericane che avrebbero valutato una volontà di contrasto popolare agli occupanti tedeschi.
    Ed infatti l’insurrezione popolare di Napoli fu portata ad esempio della rivolta contro le forze dell’Asse e fu molto propagandata dagli Angloamericani che da allora in poi ebbero un diverso atteggiamento per la popolazione . Gli episodi mostruosi perpetrati dalle truppe coloniali marocchine, algerine, tunisine  e senegalesi sono inquadrabili come una pur indegna e terribile eccezione dettata da motivi sordidi di rivalsa dei comandi francesi nei confronti dell’Italia accusata di guerra di aggressione.. Ma questa e un’altra storia ..

E’ evidente quindi che al di là della impossibilità di riscontro delle ipotesi fatte, a distanza di quasi ottant’anni,  la sola  tesi dell’atto criminale inconsulto e scollegato da qualsiasi logica militare e di contrasto, non trova fondamento nel panorama descritto.
Il silenzio calò subito dopo e , a nostro parere,  questo solo per un esigenza di oblio che doveva celare le responsabilità di coloro che fecero il “cambio di casacca” riciclando le loro inutili (e anche dannose) storie.
Le testimonianze dirette di persone qualificate,  al di là della meticolosa ricerca di testimonianze di coloro  che assistettero ai fatti, nelle persone dei figli e dei parenti o testimoni diretti, descrive un clima che dopo l’8 settembre 1943, era pronto alla controffensiva e alla resistenza armata contro quelle che di fatto, da alleati erano diventate truppe di occupazione e che altresì si comportavano.
Dalla testimonianza riferita di qualificati esponenti, si riferisce di sottotetti in cui erano rifugiati esponenti dei gruppi di difesa, armati di bombe, munizioni ed armi, pronti a resistere, di azioni di sabotaggio messe in atto ai danni delle truppe germaniche che a Giugliano avevano minato il mulino che allora era nei pressi della stazione della ferrovia alifana e della stessa ferrovia, dell’incetta di munizioni, armi ed esplosivi conservate e nascoste presso le abitazioni e le masserie.

Dalla testimonianza diretta di più di un testimone dei fatti è emerso che esisteva un coordinamento di Guardia Civica irregolare formato da  rappresentanti dei presidi, riconosciuti dai tedeschi come interlocutori qualificati con la popolazione civile. Questo presidio  era formato  da persone come Francesco Pirozzi (detto “o mericano” e soldati e  ufficiali dell’esercito in congedo (uno dei quali, il Grande Ufficiale Luigi Pianese, zio del Rev. Padre Antonio Galluccio) .

Nell’occasione dell’ordine dei tedeschi di consegnare le armi, per evitare rastrellamenti e perquisizioni da cui sarebbero potuti scaturire scontri o esecuzioni sommarie, i rappresentanti di questo nucleo andarono in giro per le case e le fattorie per raccogliere e consegnare ai tedeschi  le armi.

Ne raccolsero un “biroccio”(carro a trazione animale misto per trasporto di cose e persone)  intero . Ma molte delle armi rimasero nella disponibilità della popolazione e i cittadini venivano avvisati di tenersi pronti a resistere ad eventuali aggressioni o di soldati tedeschi che di truppe a seguito degli angloamericani.

Il fatto storico
Si consideri che alcune decine di giuglianesi risultano schedati e controllati dai servizi dell’OVRA (polizia politica fascista) e descritti come facinorosi anche se  nessuno di loro risulta fra i nomi degli attentatori del soldato austriaco morto il 29 settembre. Non risultano nemmeno documenti giudiziari o di polizia che descrivono gli autori dell’atto quali delinquenti abituali o di mestiere.
Alla luce dei fatti storici non contraddetti, le notizie qui riferite descrivono fatti simili a quelli di Caiazzo, di Marzabotto, delle Fosse Ardeatine, su cui anche le infamanti accuse verso coloro che idearono e misero in atto gli atti di guerra partigiana, furono chiariti in processi nei quali fu riconosciuta la legittimità delle azioni di contrasto a eserciti occupanti e furono  chiariti solo attraverso un meticoloso atto di onestà e dopo che l’interesse alla giustizia ha dato  spessore alla ricerca rinvenendo i documenti probanti.
Anche se gli autori dei fatti ed in particolare coloro che comandarono la strage , si sono sottratti al giudizio della legge umana e ormai rispondono al Giudizio supremo, riteniamo che sia possibile dare pace ai morti e al dolore dei sopravvissuti, solo con un atto di verità che è possibile ancora ricostruire attraverso la ricerca e dei documenti.
IL VALORE DEI DOCUMENTI E DEL LAVORO DI RICERCA:
Solo la ricerca storica e documentale può dare una concretezza a queste ipotesi e allora ci ripromettiamo di avviare le ricerche che colpevolmente sono mancate e che  andavano fatte a tempo dovuto, presso gli archivi di Stato e della Germania e presso il centro di documentazione del Pentagono dove sono consultabili i documenti filmati e fotografati delle truppe americane , attraverso i documenti ancora conservati presso i comandi militari che possano ricostruire le procedure e le responsabilità partendo da fatti storici accertati e non contraddetti.

Nell’ordine, cercare di chiarire gli aspetti e i motivi dei fatti di seguito indicati

il rastrellamento avvenuto la mattina del 30 settembre (ordinato ed effettuato solo nelle vicinanze di piazza Annunziata e nei pressi del vico ponte, dove era stato rinvenuto il militare tedesco ucciso);
Il proclama emanato e il manifesto affisso dove si minacciava l’uccisione di 50 italiani per ritorsione;
L’attesa dalle 9,00 di mattina (ora del rastrellamento) e le 17, 00 (ora del massacro) mentre i poverini erano tenuti sul sagrato della chiesa dell’Annunziata sotto il tiro delle mitragliatrici;
L’urlo di dolore che ne seguì e che si sentì in tutta Giugliano una volta cessato il martellante suono delle mitragliatrici insieme ai macabri i schioppi dei colpi di grazia che , come prassi bellica, venivano impartiti ai moribondi;
L’accanimento successivo e a distanza di un giorno sul ferito che si era nel frattempo rifugiato nel prospiciente ospedale e la fine che gli fu inflitta lasciandolo agonizzante a morire dissanguato sulla catasta di morti del giorno prima;
Si fa fatica ad essere quanto più lucidi e chiari, anche questi fatti , sono  ricostruiti a distanza di quasi ottant’anni, e fanno intravvedere però una logica anche se terribile poiché , mentre per una paradossale logica della guerra, solo i casi isolati delle fucilazioni ”sul posto” di persone anche se solo sospettate di essere disertori o spie (vedi il caso del seminarista Pirozzi o dei quattro sacerdoti e seminaristi di Mugnano), assumono un connotato di legittimità bellica perché atti e decisioni inquadrabili in una logica di difesa.

Diversamente il caso delle tredici vittime di piazza Annunziata del 30 settembre 1943, va inquadrato in una logica puramente militare e predeterminata  che prevede un “protocollo” senza il qual anche nella sua inumanità il comandante non avrebbe potuto impartire un ordine legittimo e i suoi sottoposti avrebbero avuto modo di contravvenirlo.
Era quindi necessario che ci fosse una trasmissione  contenente la descrizione di un attentato partigiano (o magari diversamente descritti) ai danni non di un singolo elemento come tale ma come rappresentante dello stesso esercito.
L’emanazione dei proclami, degli avvisi e dei manifesti indirizzati alla popolazione, con la minaccia di ritorsioni e fucilazioni nel caso entro un tale orario, non si fossero consegnati gli autori, fanno parte di questo protocollo e confermano il rispetto meticoloso del protocollo (il rispetto dei protocolli e degli ordini da parte dei tedeschi coinvolti nel conflitto è arrivato a forme estreme di inumanità ma nessuno può negare che essi non considerino i protocolli come parte essenziale dei loro comportamenti);
Allo scadere del termine dato l’azione, seppure cruenta e terribile, una volta rispettato i protocolli conformi alle prassi di guerra, assume una sua logica legata alla guerra che è il crimine da cui parte tutte le conseguenze quivi narrate e quelle successive e di cui tutti i protagonisti sono vittima.

L’uccisone del soldato che scatenò l’azione di repressione è stato pur esso un atto di guerra, in fede di un sacrosanto diritto alla difesa del suolo nazionale dagli invasori, seppure intervenuti in veste di amici e alleati ma dimostratisi invece e al contrario nemici e sanguinari.

Tale atto è stato sicuramente così descritto dai militari che ricevettero l’ordine della rappresaglia e che lo eseguirono in nome di un dovere di obbedienza.

L’uccisone delle ulteriori persone in numero sovrabbondante ai dieci prescritti dalle norme  di guerra che pur ammettono il diritto di ritorsione, della uccisione del sedicenne e del mentecatto,  l’accanimento sui feriti e sui morti, andavano rilevati nei tempi in cui coloro che si macchiarono di queste nefandezze erano in vita ma per la colpevole e apatica, indolente  ignavia degli impostori che si arrogarono la rappresentanza cittadina, non si diede alcun avvio al processo neppure sollecitati quando fu rinvenuto il famoso “armadio della vergogna”  e il colpevole poté concludere la sua miserabile vita nelle putride lenzuola del suo letto senza dar conto alla giustizia degli uomini.
Se non fosse stato così, nemmeno i tedeschi avrebbero avuto l’ordine di procedere alla fucilazione dei 13 e nessun militare tedesco avrebbe potuto eseguire l’ordine.
E’ quindi semplice a questo punto stabilire che mentre che mentre il rispetto di questo   protocollo inquadra i fatti nella loro matrice storica, indica anche le responsabilità della mancanza e , secondo un principio sacramentato della ricerca delle prove, impone anche che  il valore dei documenti sia accertato.
Il nostro apporto quali tecnici esperti della verifica e della derivazione scrittoria e documentale, vuole essere un atto d’amore per la storia della nostra terra e delle persone che l’hanno vissuta.
Il prossimo passaggio sarà la ricerca documentale a cui invitiamo tutti coloro che lo desiderano a collaborare anche per mettere in discussione o chiarire le nostre supposizioni e i risultati provvisori di questo nostro sforzo.

di Vincenzo Faiello

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