Giugliano ed i giovani. Dai ragazzi della via Pal e quelli di via Roma

Sicuramente quelli della mia età lo ricordano. Un romanzo per ragazzi molto in voga ai miei tempi giovanili. Oddio anche oggi, tra quella parte di giovani “strani” che studiano, leggono e fanno sport, ancora conserva il suo fascino. Sto parlando dei Ragazzi della via Pàl. Un romanzo pubblicato, a puntate, su una rivista ungherese nel 1906. Scritto da Ferenc Molnàr. La trama del romanzo è data dalla conflittualità tra due bande di ragazzi organizzate in modo militare, secondo la struttura sociale dell’epoca, nella Budapest del 1889. La prima banda ha il suo quartiere generale su un terreno libero, accanto ad un deposito di legname, adiacente alla via Pàl. La seconda banda è conosciuta come quella delle “ camicie rosse”. Quella della via Pàl è capeggiata da Boka l’altra, quella delle “camicie rosse”, da Franco Ats. Insomma tra scontri e scaramucce per riconquistare il proprio vessillo, caduto nelle mani dei ragazzi delle “camicie rosse”,  a causa di un traditore, il più piccolo dei ragazzi della via Pàl, Nemecsek, viene buttato in un laghetto, nonostante fosse febbricitante.  Tra le varie vicende narrate il coraggio di Nemecsek la fà da padrona ma non gli evita  la morte, a seguito della affezione polmonare contratta per l’essere fuggito dal letto febbricitante. Ma la stima per il suo comportamento diviene il punto di unione tra tutti i ragazzi delle due bande.

La critica letteraria ha voluto vedere negli episodi narrati la condanna verso una società non a misura dei ragazzi, senza spazi a loro destinati, impregnata di retorica militaristica. Una retorica che vedeva nell’onore e nella lealtà verso la propria “banda” o comunità o stato, uno dei capisaldi della rettitudine. Non a caso all’eroe Nemecsek, da tutti onorato,  si contrappone la figura del traditore che, per l’insoddisfazione di non essere stato eletto capo della banda della via Pàl, tradisce i suoi compagni.

Il romanzo ci testimonia come la “banda dei ragazzini” sia un fenomeno antico. Probabilmente usato sin dai tempi passati nelle società antiche come mezzo per strutturare il gruppo, abituarlo alla figura del leader emergente nella banda  per le capacità fisiche, intellettive, di coraggio, di abnegazione verso il suo gruppo, la sua banda.

Questi i ragazzi della via Pàl.

Veniamo a quelli della via Roma.

Quelli della via Roma, strada centrale di Giugliano, un epoca salotto buono, sono quelli della mega rissa di qualche sera fa, che, immortalata dai telefonini e rimandata dai social, ha provocato lo sdegno di quanti inorridiscono davanti a queste scene selvagge.

Per chi non avesse avuto modo di vederle possiamo descriverle come una zuffa tra ragazzotti attorniati da ragazzine poco più che dodicenni. Il tutto attorno alla mezzanotte quando molte delle ragazzine  e molti dei ragazzini sarebbero dovuti stare a letto nelle proprie case.

Uno scontro di bande? Assolutamente no. Pare che un manigoldo abbia guardato insistentemente un altro manigoldo e siano volati ceffoni. Il contorno? Ragazzume che ha trovato come passare gli ultimi attimi di una inutile giornata trascorsa tra sgommate di motorini scassati e gesti vandalici della cosa pubblica.

Cosa lega questi ragazzi a quelli delle bande descritte da Ferenc Molnàr?

Nulla e tanto.

Nulla perché mancano, i ragazzotti della via Roma, della idea stessa della vita. Non hanno senso civico, non hanno morale, non hanno religione.

Tanto perché, come i ragazzi del romanzo erano plasmati da una catena ideologica che, attraverso i concetti di onore e fedeltà, aveva il compito di forgiarne l’animo militare per poi  mandarli a morire nelle trincee della grande guerra, anche i nostri rissosi sono plasmati da una società basata sui modelli esaltati dai mass media che hanno il compito di relegarli ai margini di una società sempre più avara di possibilità di impiego e sempre più rivolta a persone specializzate in specifici campi professionali. Questi ragazzi non sono collocabili in alcun processo produttivo. Detto papale palale: non sanno fare nulla!

I modelli di riferimento oscillano  dal “malamento”,  delle innumerevoli fiction televisive che narrano vicende di mafia o camorra al “tronista” di “uomini e donne” o ai partecipanti al “grande fratello”. Ora, però, anche questa trasmissione si è rivolte ai Vip, tagliando fuori i sognatori che speravano di utilizzarla come veicolo per il grande salto.  Di chi la colpa? Escluderei a priori il sindaco. Certo avere un comando di polizia municipale chiuso al primo calar del sole non è proprio un segno di presenza della legalità ma oltre a ciò ritengo la problematica esulante dalle sue competenze. Delle forze dell’ordine assenti sul territorio nella misura in cui le vorremmo, ovvero sempre?  Neppure è possibile pensare a militari, impegnati in attività di indagine e repressione del crimine, messi a fare le balie ad una banda di ragazzine e ragazzine.

Perché, vedete, il problema non è solo di Giugliano. Le bande di “latinos”, figli di immigrati sudamericani, che, oltre a darsele tra di loro, usano violenza, senza se e senza ma, verso chiunque, le bande dei ragazzini napoletani che hanno cercato di scalzare i vecchi boss dai quartieri usando le armi senza alcun codice d’onore, semmai vi possa essere un codice d’onore tra criminali, danno la misura di quale lungo percorso possono fare i ragazzotti nostrani ancora limitati a rompere il cavalluccio dei bambini a piazza Gramsci. insomma sono come una scorreggia al confronto col tuono di un nubifragio.

Quindi? Quindi nulla! Sono fenomeni destinati a crescere nella loro scurrilità e nella loro violenza. Una massa di ragazzi che dai dieci anni in poi è lasciata a se stessa , con famiglie disgregate ed uno stato assente non può mica produrre opere liriche? Destinati a  crescere di numero perché un sistema economico, prima basato sulla concezione dell’uomo come produttore di ricchezza per il padrone, ora li vede come accessorio alla macchina di produzione, con il progetto conclamato di sostituirli con la robotica. Una società dove i laureati e gli specializzati non hanno nè lavoro nè avvenire non può far pensare che possano mai sperare di avere dignità e lavoro quelli che non hanno alcuna funzione se non quella di comprare il cellullare ultima moda o il pantalone devastato da buchi nella parte anteriore coi soldi racimolati in qualsiasi modo.

E senza prospettiva di vita non si partecipa alla vita comune, anzi la vita comune è vista come nemica perché offerta e poi negata.

Cambiare il sistema di distribuzione della ricchezza? Prendere atto che ci sta più mano d’opera di quanto ne occorre? Nemmeno a pensarlo. Cosi è e cosi resterà. Per cui accontentatevi della rissa occasionale del sabato sera nell’attesa dell’assalto ai negozi dei telefonini, edizione riveduta dell’ antico assalto ai forni del pane.

di Antonio Pio Iannone

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