Giugliano. Giovedì parte la mostra «Silenzio» di Panariello nello spazio di Abbiabbè

L’arte oltre l’arte. Per parlare alle coscienze di tutti con il linguaggio radicale – ancestrale – del gesto. E per generare un atto (non soltanto est-etico ma anche poetico, politico) che possa dare un senso nuovo all’insensatezza del mondo, un futuro al principio speranza, un orizzonte (o una meta, perennemente mobile) alla spaesatezza e all’erranza come destino dell’umanità. L’incessante ricerca sperimentale di Giuseppe Panariello – artista nato a Napoli il 29 maggio 1951, figlio inquieto e tacitamente ribelle, solitario e anticonvenzionale della generazione di matrice eclettica degli anni Sessanta – approda ora a una dimensione universalistica di sintesi di un percorso lungo e complesso: coerente in ogni sua tappa, aperto all’auspicabilità dell’ignoto e, sempre, profondamente vitale. Proprio come ogni esperienza artistica dettata da un’autentica – e urgente – necessità interiore. «Oggi per me la pittura non è altro che un atto – ebbe infatti a dire Panariello stesso già negli anni Ottanta, anticipando per certi versi l’attuale configurarsi del suo percorso artistico –, una confessione non di ordine individuale, che intende dare nuovo respiro all’uomo: non deve solo rendere bella la vita o nascondere il brutto, ma deve portare la vita stessa, creare la vita da se stessa». Lo può confermare il progetto espositivo «Silenzio», che ha preso il via a giugno di quest’anno in Gran Bretagna al Kings Theatre di Portsmouth, con venti opere e dieci grandi banner attraverso i quali Panariello lanciava infatti il suo “grido silenzioso” proponendo, fra il resto, una sorta di «Manifesto artistico» in dieci lingue che stempera la sua poetica in una precisa poietica, espressa dal semplice monito: «Silenzio nel mondo/ prima delle parole».Quasi un appello. Che può risuonare anche come un programma. Una (pro)voc/azione. O uno slogan: oltre ad essere il significativo logo di una “rivoluzione” essenzialmente interiore alla quale l’artista richiama lo spettatore, declinando il proprio personalissimo alfabeto del silenzio come obbligo (e bisogno) morale, esperanto della meditazione, disciplina che induce l’uomo a porsi in ascolto della propria voce e di quella del mondo, riflettendole entrambe.

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