Giugliano. XII Martiri, Coppola: “Un farraginoso castello di niente per inventarsi un’altra verità storica”

di Emanuele Coppola

Io so, per esperienza giornalistica, che non bisogna dare eccessivo credito ai titoli sparati a caratteri cubitali, perché essi servono per accattivare l’attenzione dei lettori, e sono tanto più efficaci quando annunziano una qualsiasi nuova e sensazionale verità a fronte della memoria di un evento ormai consolidata. Sarebbe come annunziare una verità tenuta dolosamente nascosta dai protagonisti storicamente accreditati, come dire – ad esempio – che si è scoperto che la spedizione di Cristoforo Colombo non sarebbe partita da Palos de la Frontera bensí dal porto di Genova. La notizia, palesemente infondata, troverebbe in ogni caso ricetto sui giornali, che non sono interessati a custodire la verità storica, quanto piuttosto ad aumentare il numero dei lettori, lasciando la responsabilità della veridicità dell’assunto a chi l’ha sparata grossa, perché è risaputo che saranno pochi ad indignarsi, e meno ancora quelli che potrebbero avanzare la pretesa di pubblicare una smentita. Ed io sono uno tra questi, a motivo dell’ultima sensazionale notizia pubblicata il 4 ottobre 2016 sulle pagine di Abbiabbè in versione on line, così preannunziata nel titolo sparato a caratteri cubitali: «Giugliano ed i 13 Martiri, l’altra verità: non fu una rappresaglia ma un atto per spegnere la Resistenza Antifascista». Il servizio a seguire viene presentato come «il contributo del grafologo Vincenzo Faiello», che io conosco per antica frequentazione amicale, ed ho quindi subito creduto che sarei andato a scoprire l’arcano di una documentazione contraffatta o comunque uno straordinario documento di recente acquisito, la cui autenticità era stata dimostrata attraverso una perizia calligrafica. Che altro poteva essere, altrimenti?

Ho letto con veloce curiosità la prolusione critica di Vincenzo Faiello verso la mezzanotte del 4 ottobre, quando mi era stata appena trasmessa da un amico, e subito mi è insorta la voglia di dare sfogo alla mia occasionale indignazione, che ho saggiamente represso con una buona dormita, memore dell’assunto tacitiano, che di storiografia si intendeva alquanto, secondo il quale, per raccontare gli eventi storici, bisogna impugnare il calamo ‘‘sine ira et studio’’.

Premetto che la questione che il Faiello ha ritenuto doveroso affrontare rientra nella categoria della storia locale, e genericamente nella modalità di non raccontare sciocchezze per iscritto, che altrimenti sarebbero tramandate come verità, che poi verrebbero credute come inoppugnabili se nessuno si sarà peritato di contestare egualmente per iscritto. Da ciò muove il mio interesse a scriverne adesso, premettendo che il buon Faiello non se ne dovrà adontare come fosse una questione personale, perché egli si è pubblicamente esposto alla curiosità critica dei nostri più attenti concittadini per trattare qualche aspetto volutamente originale di un grave argomento, del quale ha dimostrato di non avere particolare dimestichezza, perché – io dico – non ci si può improvvisare storici senza conoscere la storia e le complesse modalità critiche di approccio a tale disciplina. Ovviamente dico questo, adesso, all’amico Vincenzo Faiello, ma voglio estendere la mia pacata considerazione a quanti altri, più inesperti, si andranno a cimentare per scrivere di storia locale, giusto per non uscire dai confini territoriali.

Per scrivere di storia, e per non eternare eventualmente delle sciocchezze, ci vuole tanta paziente umiltà, una sperimentata propensione all’osservazione critica, una meticolosa raccolta di notizie da soppesare continuamente per scartare i dati controversi, una articolazione logica nell’esposizione del racconto, una buona capacità di scrittura (anche senza la pretesa di licenziare un testo di letteratura), la certezza di non essersi fatto trascinare dall’entusiasmo dei neofiti. Per tutte queste diverse motivazioni, io ritengo sia prudente non avventurarsi troppo ad esplorare le terre sconosciute, se non si voglia poi essere costretti a scrivere, sotto il quadro che si è dipinto, per facilitarne la comprensione, «questo è il cane è questo è santo Rocco».

Fin qui la premessa, per prepararmi ad articolare e giustificare le mie osservazioni critiche in riferimento a tutto quanto si trova sciorinato nel servizio di Vincenzo Faiello, che mi limiterò a seguire, per quanto possibile, nell’ordine di lettura, perché ritengo non sia il caso di riproporre qui la narrazione storica degli eventi che si ritrovano ampiamente trattati nel mio libro «Testimonianze ed eventi a Giugliano dall’8 settembre al 5 ottobre 1943″, al quale avevo cominciato a lavorare circa trentacinque anni fa, pubblicando già le biografie dei Tredici Martiri nel 1983, nel quarantesimo anniversario della strage di Piazza Annunziata. Questo particolare è importante e fondamentale per capire di che cosa stiamo parlando, e soprattutto per giustificare alcune necessarie contestazioni che devo muovere alle asserzioni del Faiello, il quale ha letto il mio libro con distrazione ed opportuna superficialità, per cui ogni errato minimo riferimento va a giustificare l’infondatezza di tutta quella costruzione farraginosa, per riaffermare che dai presupposti sbagliati non si possono far derivare dei buoni risultati.

 

Analisi del testo e contestazioni critiche per riaffermare la verità storica documentata

Dice il Faiello che i Tredici Martiri avevano un’età dai 16 ai 50 anni e che furono uccisi sul sagrato della chiesa. Non è vero, perché Antonio Guarino (e non Vincenzo!) aveva 57 anni, e furono fucilati vicino alla baracca dell’uva, davanti alla scalinata dell’ospedale.

Il riferimento alle «pallottole che potevano perforare un carro armato» è un’osservazione da ricerca enciclopedica.

Il Faiello afferma, e poi ripete ancora più avanti, che «gli sfortunati furono tenuti in piedi dalle prime ore del mattino ed erano stati rastrellati nelle case e nelle fattorie della zona». Non è assolutamente vero, perché il rastrellamento iniziò qualche minuto dopo le ore 15; citando le fattorie, forse si riferisce al massacro di Caiazzo.

Il Faiello scrive che «i cadaveri furono lasciati alle intemperie per i giorni successivi e sotto la pioggia a dirotto e rimossi solo dopo che la medaglia d’oro al valor civile Padre Pietro Cannone […] ebbe ottenuto il permesso dei tedeschi e con l’ausilio di un carretto e di un volontario anonimo, trasportò i corpi a ridosso del confine del cimitero». Nell’insieme, tutto questo non è vero, e deriva da chiacchiere approssimative ed infondate di presunti testimoni o relatori del ‘‘sentito dire’’. I cadaveri furono rimossi dalla piazza l’indomani mattina, verso le ore 11, presente Fratel Pietro Cannone che era andato a parlamentare con i tedeschi; gli uomini che erano stati presi dai tedeschi per rimuovere i cadaveri erano cinque: Salvatore Marchese, Peppe Chiariello, Core ‘e signore, Beniamino Buonanno e Vittorio Alfieri, il quale, intervistato, mi raccontò come si erano svolti i fatti; inoltre era presente Placido Briante, autore di un minuzioso diario di quei giorni; i cadaveri furono scaricati davanti al cancello del cimitero; alcuni furono sepolti dai familiari il sabato mattina 2 ottobre, gli altri dopo il 4 ottobre.

Felice Pirozzi aveva 19 anni, e non 16; era stato catturato insieme con lo zio Raffaele ed altri dieci uomini, il 4 ottobre; dopo di lui fu ucciso anche lo zio; gli altri riuscirono a scappare nelle campagne di fronte al cimitero, favoriti dallo scompiglio causato tra i militari dalla deflagrazione di una bomba che aveva fatto crollare il ponte della Piedimonte. L’uccisione di Felice Pirozzi non c’entra niente con il fatto di essere un seminarista, cioè – come ipotizza il Faiello – scambiato dai tedeschi come disertore, nel caso indossasse l’abito talare.

Gli Alleati tentarono di entrare a Giugliano il 4 ottobre, ma si ritirarono precipitosamente verso le Colonne dopo lo scoppio di una bomba che aveva massacrato l’avanguardia all’angolo di Via Roma; quindi rientrarono in paese il giorno successivo.

Il Faiello scrive che «il pomeriggio del 28 settembre 1943 un giovane soldato dell’esercito tedesco […] cadde vittima di un’imboscata». Era il giovedì 29 settembre.

Oltremodo fantasiosa risulta la ricostruzione articolata sul «racconto di un testimone diretto» (tale signora Cira), secondo il quale «gli autori del presunto tentativo di rapimento che poi diventò un linciaggio, furono alcune persone che nelle ore precedenti erano intente a commentare le razzie, i rapimenti gli eccidi e la necessità di partecipare alle azioni di contrasto nell’imminenza dell’entrata degli americani». Questo è il preambolo necessario per ipotizzare una gloriosa azione della Resistenza Partigiana a Giugliano, che di fatto vuole essere la tesi di tutta la prolusione del Faiello, e sulla quale ci sarebbe tantissimo da discutere, perché è puramente arzigogolata, incredibile e inesistente, oltre che offensiva nei confronti della verità storica. Ma chi erano e che stavano a fare quei signori in Piazza Trivio in quel tardo pomeriggio del 29 settembre? Quali eroiche gesta stavano rimuginando di mettere in atto per cacciare l’esercito invasore da Giugliano? Addirittura si ipotizza il rapimento di quel ragazzo di 22 anni, Pietro Wattermann, che tutti conoscono, al fine di scambiarlo con gli uomini che i tedeschi avevano catturato per deportati chissá dove. Ma poi ci ripensano. La verità è molto più semplice e banale: quei signori se ne stanno seduti ad oziare fuori la sede del Dopolavoro Fascista, ad aspettare che il tempo faccia il suo corso, confortati dalla certezza che stavano per arrivare gli americani, perché forse era arrivata anche a loro la notizia della sommossa popolare dei Napoletani, e si sa che il coraggio dei cacciatori si manifesta vigoroso quando la belva sta per morire, o quando comunque è accerchiata dagli altri fucili spianati. Chi erano queste anonime «alcune persone», che si vorrebbe far passare come altri esponenti di un fantomatico Comitato di Liberazione? Si sa anche questo. Tra loro c’era un falegname corpulento con bottega in via Licoda, di fronte al vico Catone, che pontificava sugli altri e di fatto sarebbe stato il vero protagonista dell’aggressione, l’istigatore dell’omicidio, colui che aveva disarmato il giovane militare sottraendogli la pistola, colui che più degli altri facinorosi aveva malmenato il ragazzo e che poi lo aveva inseguito per un tratto di strada lanciandogli contro delle bombe a mano, a cominciare da Piazza Trivio e lungo il Corso Campano. E c’era un imbianchino che abitava a Camposcino, di fronte alla Chiesa di San Marco. Infine compare la figura terrorizzante di Cutunella ‘a Guardia, autore materiale dell’omicidio, un agente di Polizia che abitava nel palazzo di fronte al vico Gambuzzi. Di loro tre sappiamo nomi e cognomi. Ho raccolto questa testimonianza dalla voce registrata di Domenico Di Gioia l’11 settembre 1990. Questi aveva cominciato ad organizzare il cosiddetto Comitato di Liberazione insieme con altri concittadini che non avrebbero preso parte all’aggressione del 29 settembre. Quindi, di quale Resistenza vuole parlare il Faiello?

Leggo ancora quello che egli scrive in riferimento alla fucilazione dei Tredici Martiri: «uno di loro (Vincenzo Guarino) riuscí a raggiungere il vicino ospedale, ma i militari il giorno dopo lo ripresero, gli strapparono le bende e lo ritrasportarono trascinandolo a morire dissanguato insieme agli altri senza neppure il colpo di grazia». Ed anche questo non è assolutamente vero. Intanto, si è già detto che questo sventurato si chiamava Antonio, e non Vincenzo. Egli morí giacente  sopra un lettino dell’ospedale, perché i militari, convinti dal dottore Pietro Micillo, si resero conto che sarebbe morto di lì a poco. Insomma, la versione drammatizzata che riferisce il Faiello è improponibile e destituita di qualsiasi fondamento.

Fin qui, come scrive il Faiello, si è trattato della «cruda cronaca», che così definisce come per trascorrere finalmente in altre personali considerazioni, decisamente inedite e stupefacenti: «Fatti contemporanei e tragici che da quegli anni drammatici hanno visto cadere una coltre di dolore che ha offuscato la verità storica». È un’affermazione gravissima e tendenziosa, con la quale si vuole mettere in dubbio e quindi negare l’attendibilità dei testimoni diretti, dei contemporanei, e soprattutto dei familiari delle vittime che avrebbero travisato la verità storica per costruirsi una verità virtuale di rifugio psicologico, ed ai quali «non si è potuto chiedere di vedere diversamente questi fatti se non con la costernazione di chi ha perso il padre, il marito, il fratello, il figlio». Con questa logica si va dunque ad affermare che tutte quelle testimonianze che io ho raccolto a distanza di quarant’anni dall’eccidio, attingendole dai dolorosi ricordi dei familiari, sono destituite di fondamento storico e non rappresentano la verità documentale, perché la verità concettuale è un’altra, quella che si sposa con la giustificazione militare della rappresaglia posta in atto dai nazisti «per spegnere la Resistenza Antifascista» che si era materializzata con l’uccisione del ventiduenne Pietro Wattermann, facendo passare per azione militare la vigliacca impresa delinquenziale di alcuni irresponsabili facinorosi. Alla fine questo soltanto vuole dimostrare il Faiello, come un raffinato studioso di strategie belliche, richiamandosi alle convenzioni internazionali che regolavano le motivazioni e le modalità di rappresaglia militare contro una popolazione non militarizzata. La questione è però così tecnica che si fa fatica ad uscire da un incipiente stato confusionale, se non la si va ad approfondire su internet (cliccare: Rappresaglie ecc. Anno 1945).

Il Faiello scrive, poi, che «le ricostruzioni e le testimonianze parlano di un avviso con altoparlanti che intimava la consegna dei responsabili entro le ore 15 del giorno 30». È per me strano che questo particolare non mi sia stato riferito da nessuno dei tantissimi testimoni che ebbi modo di interrogare alla ricerca di ogni minimo particolare. Ma è certo che nessun ‘‘Salvo D’Aquisto’’ balzò fuori dall’ombra per immolarsi idealmente al posto di tredici uomini innocenti: nessuno di quegli insorti di Piazza Trivio o di quanti altri avessero tramato di costituire il cosiddetto Comitato di Liberazione, considerato che il dottor Vincenzo Faiello non esita ad inquadrare quegli eroi «in un’unica ottica di insurrezione ad un esercito occupante», accomunandoli agli insorti napoletani. A questo punto l’autore passa a fare un veloce raffronto con le quattro giornate di Napoli, che non ci interessa.

Il Faiello si introduce a parlare ancora di «fatti mai chiariti» sulla effettiva dinamica ideale che avrebbe ispirata e motivata l’uccisione del soldato altoatesino, e questo a causa di un «atteggiamento di colpevolizzazione delle vittime» che avrebbe lasciato intravedere «che il tutto si spieghi in un (mai provato) maldestro ed offensivo tentativo di rapina», ovvero il furto dell’orologio che «non può essere imputato agli autori del linciaggio». La sicumera di queste affermazioni mi lascia profondamente perplesso e disorientato, e mi domando se sono io che non capisco, o chissá cos’altro abbia voluto dire il mio amico Vincenzo Faiello. Ma egli mi viene subito in soccorso con quest’altra illuminante proposizione, che però io assolutamente non posso condividere: «La ricostruzione che qui precede lascia invero dei punti non chiariti ma non in ordine al fatto storico che […] non può negare che questo possa essere inquadrato in un’azione di contrasto alle truppe occupanti». Ma ancora una volta confesso che non sono riuscito a capire cosa volesse dire nella complessità involuta di tutto il paragrafo, che ritengo sia illeggibile.

Finalmente il Faiello afferma che «alcuni riscontri pervenuti attraverso le numerose testimonianze, lasciano dedurre che le persone autrici del preventivo pestaggio e poi dell’uccisione, non potevano essere abitualmente dedite ad attività criminali e nemmeno che essi avevano indole criminale». E questo si giustifica con alcune incredibili considerazioni, tra le quali leggo che «furono quattro gli aggressori e nessuno di loro era armato nemmeno di coltello, quindi non erano criminali»; inoltre, «dopo la fuga del militare, disarmato anche egli, il colpo di grazia fu dato dall’unico che deteneva una pistola legalmente». Queste sono farneticazioni giustificative, perché è vero che il giovane aggredito non era armato, ma non lo era perché il falegname corpulento e di riconosciuta indole facinorosa gli aveva sottratto la pistola al momento del pestaggio; e questo è dimostrato dal fatto che, mentre il giovane scappava verso Piazza Annunziata, l’inseguitore gridava «Uccidetelo, uccidetelo: è disarmato!».  Può darsi, poi, che i tre o quattro pacifici aggressori non avessero nemmeno il coltello, ma è certo che avevano delle bombe a mano, che lanciarono contro il militare in fuga.

Ed ancora il Faiello si dilunga sulla «verosimile […] intenzione originale […] di effettuare un rapimento e poi consegnare il militare come ostaggio per ottenere la liberazione dei prigionieri che erano destinati alla deportazione». Non saprei come commentare quest’altra eroica determinazione, che giustamente si adatterebbe ad una di quelle disciplinate ed agguerrite formazioni partigiane che avevano cominciato ad operare sulle montagne del Nord Italia; pertanto, storicamente, quelle realtà non si erano configurate sul nostro territorio geograficamente delimitate a nord dal Cavone, dove appunto i nostri sparuti aspiranti Resistenti si erano pacificamente acquartierati dopo aver fatto provvista di moschetti nell’assalto alla sede del GUF (Gioventù Universitaria Fascista) che era allocata presso il Palazzo Municipale.

Concedo al Faiello che sia verosimile l’assunto che gli aggressori di Piazza Trivio volessero «dare un segnale di collaborazione all’ormai prossimo […] arrivo delle truppe angloamericane che avrebbero valutato una volontà di contrasto popolare agli occupanti tedeschi». Ma voglio crederci semplicemente perché questo fecero diversi componenti del sedicente Comitato di Liberazione, che andarono incontro agli americani, sulla strada di Mugnano, per spacciarsi come antifascisti della prima ora e cominciare a guadagnarsi delle cospicue benemerenze da tradursi in affari personali. Anche questo fa parte della verità storica, ma di quella che poi si è preferito non raccontare.

Ma ritorniamo al testo di Vincenzo Faiello per appendere che «al di là della impossibilità di riscontro delle ipotesi fatte, a distanza di quasi ottant’anni, la sola tesi dell’atto criminale inconsulto e scollegato da qualsiasi logica militare e di contrasto, non trova fondamento nel panorama descritto». E qui neanche ci sto, ché anzi mi pare che si possa configurate addirittura una sorta di apologia del reato, quale è appunto il tentativo convinto di voler nobilitare il crimine commesso materialmente da Cutunella ‘a Guardia ed istigato dagli altri tre o quattro disoccupati pomeridiani di Piazza Trivio. In particolare sono colpito da questo inciso: «a distanza di quasi ottant’anni». Questo non si può assolutamente accettare, cioè che si voglia affermare che nulla è stato indagato fino al presente, ovviamente per darsi la patente di Primo Esploratore, anche ammettendo di non aver scoperto niente, ma giusto per ignorare abbattere e vanificare tutta la verità che di fatto andrebbe a costituire un ostacolo insormontabile per la costruzione di un’altra verità finalizzata a giustificare le sue ipotesi suggestive ed assolutamente azzardate.

Il nostro interlocutore cartaceo rileva poi che, a parere suo, «il silenzio calò subito dopo [la strage] per un’esigenza di oblio che doveva celare le responsabilità di coloro che fecero il ‘cambio di casacca’ riciclando le loro inutili (e anche dannose) storie». E qui non trovo da obbiettare, se il Faiello intende riferirsi soltanto agli stessi responsabili dell’aggressione di Piazza Trivio ed agli eventuali loro amici familiari e manutengoli, perché di certo non può scaricare siffatta onta e responsabilità su altri. Ma in tal caso vorremmo sapere quali altre ‘‘inutili storie’’ siano state raccontate, e da chi. Io so soltanto una cosa, che gli stessi familiari di quei pavidi eroi da quel momento si sono vergognati di parlarne.

A seguire, il Faiello annota che dalle «testimonianze dirette di persone qualificate» emerge «un clima che dopo l’8 settembre 1943 era pronto alla controffensiva e alla resistenza armata». Ovviamente non si dice chi fossero queste ‘‘persone qualificate’’, ma si parla ancora «di sottotetti in cui erano rifugiati esponenti dei gruppi di difesa, armati di bombe, munizioni ed armi, pronti a resistere, di azioni di sabotaggio messe in atto ai danni delle truppe germaniche». Non credo di essere stato annoverato in incognito tra quelle persone qualificate, perché io scrivevo che gli uomini «trascorrevano in ozio le lunghe giornate di settembre, incollati alla voce di una vecchia radio accesa, giocando a carte o fantasticando una improbabile insurrezione, armati di qualche vecchio moschetto, a fianco dei liberatori americani».

Ma devo continuare a fronteggiare l’incalzante racconto del mio interlocutore, al quale «più di un testimone dei fatti» avrebbe detto che «esisteva un coordinamento di Guardia Civica irregolare formato da rappresentanti dei presidi, riconosciuti dai tedeschi come interlocutori qualificati con la popolazione». Questo sarebbe stato possibile, soprattutto per il compito che avrebbero avuto assegnato dai tedeschi, di ordinare ai concittadini la consegna delle armi, fossero anche semplicemente dei fucili da caccia. Non è credibile, invece, che i cittadini venissero «avvisati di tenersi pronti a resistere ad eventuali aggressioni», altrimenti avrebbero dovuto reagire al rastrellamento del 30 settembre e ad altre precedenti e probabili violenze. La questione torna sempre all’origine, ovvero che di fatto in quei giorni non esisteva la cosiddetta Resistenza Antifascista, che non poteva essere costituita da enunciazioni intenzionali.

 

Leggo dell’altro sotto il titoletto «Il fatto storico», e cerco di capire di che si tratta o comunque quale attinenza abbia con le precedenti considerazioni; ma sono degli spunti per introdurre dell’altro che non c’è, rispetto a quanto mi sarei aspettato. Tuttavia, non mi meraviglia la genericità dell’attesa delusa, perché mi pare che sul ‘‘fatto storico’’ il Faiello abbia già detto tutto quello che poteva provare ad immaginare rispetto a quanto si ritrova documentato a sufficienza nel mio libro edito nel 1993. Egli, però, introduce una curiosità da scandagliare, ovvero che «alcune decine di giuglianesi [risultavano] schedati e controllati dai servizi dell’OVRA (la polizia politica fascista) e descritti come facinorosi anche se nessuno di loro risulta fra i nomi degli attentatori del soldato austriaco». Ma questo non ha alcuna attinenza col ‘‘fatto storico’’, e probabilmente gli schedati in oggetto sono gli stessi che io conosco attraverso alcuni documenti, cioè alcuni concittadini che erano stati schedati perché magari erano stati accusati di non essere stati rispettosi nel parlare del governo imperante, e che erano stati poi cancellati dalla lista dei reprobi per l’inconsistenza dell’accusa e dei fatti ad essi imputati dai soliti delatori. Non capisco, poi, la logica che conduce ad avvicinare i fatti di Giugliano a «quelli di Caiazzo, di Marzabotto, delle Fosse Ardeatine»; ma, in verità, per la mia ignoranza letteraria, non riesco neanche a capire l’articolazione del periodo.

Il successivo periodo è, invece, oltremodo chiaro, perché l’Autore scrive: «riteniamo che sia possibile dare pace ai morti e al dolore dei sopravvissuti, solo con un atto di verità che è possibile ancora ricostruire attraverso la ricerca e dei documenti». Tuttavia, mi sono domandato che cosa il Faiello intenda che si possa fare in tal senso, perché mi sembra chiaro che, per lui, tutto quello che è stato accertato e documentato non ha nessun valore in ambito storiografico. Ma il Faiello non ci lascia così delusi, perché dice subito che cosa ci sarebbe da fare: «Solo la ricerca storica e documentale può dare una concretezza a queste ipotesi e allora ci ripromettiamo di avviare le ricerche che colpevolmente sono mancate e che andavano fatte a tempo dovuto, presso gli archivi di Stato e della Germania e presso il centro di documentazione del Pentagono». Bene, io dico; ma per dimostrare che cosa? E lo dico, al di là dell’enormità congetturale dell’enunciazione.

A questo punto, finalmente, la contorta prolusione in oggetto va ad esaurirsi proprio nell’indicazione degli «aspetti e i motivi dei fatti» da chiarire, che vengono così indicati:

 

Conclusione per il riepilogo

di alcuni dati incontrovertibili

Primo. «Il rastrellamento avvenuto la mattina del 30 settembre». A questo punto io ricordo che «errare humanum est, perseverare autem diabolicum». Non saprei come fare per far capire al mio amico Vincenzo Faiello che il rastrellamento iniziò qualche minuto dopo le ore 15.

Secondo. «Il proclama emanato e il manifesto afffisso dove si minacciava l’uccisione di 50 italiani per ritorsione». Ma non è lo stesso Faiello a ricordarci che «ancora non era stata emanata la legge Kesserling dei 10 contro uno»? Il fatto del manifesto è una supposizione anacronisticamente azzardata.

Terzo. «L’attesa dalle 9,00 di mattina (ora del rastrellamento) e le 17,00 (ora del massacro)». Tutto falso, per quanto già rilevato inoppugnabilmente, e perché i Tredici Martiri furono uccisi alle ore 16,05.

Quarto. «L’accanimento successivo e a distanza di un giorno sul ferito che si era nel frattempo rifugiato nel prospiciente ospedale e la fine che gli fu inflitta lasciandolo agonizzante a morire dissanguato sulla catasta dei morti del giorno prima». A questo punto dico veramente «Basta!». Non ce la faccio più a continuare a leggere queste scempiaggini a fronte della verità storica accertata, e sono d’accordo con il Faiello, che inizia il periodo successivo scrivendo che «si fa fatica ad essere quanto più lucidi e chiari», ricordando che «questi fatti sono ricostruiti a distanza di quasi ottant’anni». Ma io devo rilevare che questi ‘‘quasi ottant’anni’’ rientrano nella visione che egli ha voluto immaginare per altre incomprensibili finalità, perché questi fatti storici io ho cominciato a riesumarli e a documentare quando erano trascorsi meno di quarant’anni dall’eccidio di Piazza Annunziata, quando c’erano i testimoni diretti, che io ho pazientemente intervistati.

E, per concludere questa amara doverosa contrapposizione storica, devo ancora condannare l’assurdità di quest’altra proposizione: «l’uccisione del soldato che scatenó l’azione di repressione è stato pur esso un atto di guerra, in fede di un sacrosanto diritto alla difesa del suolo nazionale dagli invasori». Cosí è pienamente giustificata e celebrata l’eroicità dell’atto criminale compiuto dal corpulento facinoroso falegname di via Licoda e di Cutunella ‘a Guardia, insieme con gli altri due o tre loro degni compari.

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