Gomorra 2, il commento del prof. Iodice: “È più violenta una serie TV o la politica?”

“Gomorra 2”: un capolavoro contestato

Tutta Italia parla del successo clamoroso della seconda serie di “Gomorra”, la fiction cult di Sky ispirata al celebre libro di Roberto Saviano. Confessiamo di essere tra i pochi non propriamente appassionati di questo genere televisivo e ci asteniamo, quindi, da commenti tecnici, per quanto riconosciamo l’elevata fattura artistica del prodotto, che conferma una tendenza recente, più volte sottolineata sul «Corriere della Sera» dal noto critico Aldo Grasso: anche in Italia ormai la produzione televisiva, soprattutto nella serialità, ha raggiunto un livello così alto da non invidiare più quella cinematografica, che pure sta vivendo un momento fulgido. Sono lontani, ormai, i tempi in cui le serie-TV americane o le telenovelas brasiliane invadevano il nostro Piccolo Schermo, spesso con una qualità quantomeno discutibile, eppure attraevano milioni di telespettatori. Adesso la serialità televisiva può vantare registi prestigiosi, attori importanti e budget considerevoli: il tutto contribuisce a un esito eccellente, intorno al quale, però, non mancano taglienti polemiche. Per “Gomorra 2”, infatti, si dibatte sul contenuto e, in particolare, sull’opportunità di “pubblicizzare” il mondo della criminalità organizzata, con il rischio di creare “esempi negativi”, particolarmente attraenti per le giovani generazioni. “Non bastava la fiction sulla Banda della Magliana – dicono in tanti – adesso anche lo sdoganamento della camorra!” La polemica è fondata? Il rischio di un effetto-emulazione, cioè, è concreto? Da tempo, ormai, le più accreditate teore sulla comunicazione rifiutano l’approccio “estremo” che in passato suggeriva come ogni messaggio televisivo fosse automaticamente recepito dal pubblico, ridotto a inerme contenitore da riempire. La società si evolve, impara – almeno parzialmente – a maneggiare i mass media e a formarsi una propria consapevolezza indipendente dalle lusinghe del “nuovo Satana”. Non si può più parlare, di conseguenza, di “assunzione passiva” del messaggio televisivo. Nondimeno, notiamo come la serie “Gomorra” – nella sua prima e nella seconda versione – stenti a imporre sul piccolo schermo anche la figura di qualche eroe – e sono stati tanti – che abbia lottato contro la criminalità organizzata. Nella bibliografia televisiva non mancano fiction che parlano della vita di quel poliziotto, quel sacerdote, quel giornalista, persino quel semplice cittadino che ha messo in gioco se stesso, fino alle estreme conseguenze, per fornire un esempio preciso: la camorra, come la mafia e la ‘ndrangheta, si può battere. Inserirlo tra i personaggi “cult” della serie televisiva di Sky, però, significherebbe attribuirgli una risonanza ben maggiore e inserirlo nel “senso della storia”, così come viene – magistralmente – raccontato dalla fiction. Se quest’ultima, d’altro canto, si vanta di rappresentare la realtà così come è, cruda e senza intermediazioni, non può certo tacere sull’operato di chi tanto si è speso per combattere la camorra.

Un martire dell’Europa unita

Stretti, come siamo in Italia, tra elezioni amministrative e quesiti referendari, ci stiamo facendo scivolare tra le dita l’importante consultazione popolare inglese, meglio nota come “Brexit”: il Regno Unito vuole uscire o rimanere nell’Unione Europea? Conosciamo troppo bene la materia, anche per vissuto personale e politico, per negare come l’euroscetticismo sia ampiamente diffuso in Europa: la crisi economica, il dilagante populismo, il preoccupante esodo di migranti disperati inducono in molti alla convinzione che senza l’Europa unita oggi la qualità della vita sarebbe mediamente più alta. È una pia illusione, totalmente illogica. Certo, il popolo inglese ha una storia e una tradizione che ampiamente precedono l’Unione Europea: per secoli il suddito inglese ha incontrato gli altri popoli sotto la bandiera del suo Impero – politico, commerciale, persino culturale – e non sotto le insegne di Bruxelles. Oggi, poi, il progetto europeo come lo conosciamo – monetario, finanziario, ancora sostanzialmente intergovernativo – non è sicuramente popolare, ma sarebbe il caso di ascoltare, al fine di formarsi un’opinione ponderata, chi ha avuto l’opportunità di lasciare l’Unione Europea e poi non lo ha fatto. Pur all’interno di un contesto di profonda crisi, il popolo greco – come è noto – ha dato fiducia al governo Tsipras: cosa rappresenta quel voto se non la manifestazione della precisa volontà di rimanere dentro l’Unione Europea, pur chiedendo una deroga alla rigida austerità che ha caratterizzato negli ultimi tempi le politiche comunitarie? L’Unione Europea non è infallibile, anzi è certamente riformabile, ma solo con le armi di una sana e onesta euro-critica, non con le decisioni estreme e le scelte irrimediabili. Queste ultime esasperano il clima politico e inducono la parte più fragile della popolazione a colpi di testa, se non a veri e propri gesti di follia, come quello di cui ha fatto le spese la deputata laburista Jo Cox, alla cui famiglia va tutta la nostra solidarietà, uccisa da un pazzo nazionalista solo perché si opponeva all’uscita del Regno Unito dalla UE. È anche lei a tutti gli effetti un “martire” dell’Europa unita, nella speranza che la razionalità torni a popolare la mente di tanti esaltati, non solo inglesi, interessati unicamente a incamerare per fini elettorali il malcontento popolare.

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