‘La morte di Sorriento’, la storia raccontata da Giovan Battista Basile

Tempo fa nel leggere l’opera di Giovan Battista Basile mi imbattei nella citazione della “morte di sorriento”.
Esattamente nella giornata quarta , trattenimento secondo, ove di narra di due fratelli. Uno dei duei, Marcuccio, nel descrivere lo stato pietoso in cui trova una fanciulla ha a dire :
“l’uocchie erano trasute ‘n drinto che pe vedere le visole ‘nce voleva l’acchiaro de Galileo……..le masche erano cossì rezucate che pareva la morte de sorriento”.
Ho riportato il testo per quei pochi che non hanno letto l’opera del Basile.
In verità in quel momento avevo solo riflettuto alla presenza del nostro concittadino nel panorama della cultura italiana: La citazione di Galileo del suo occhiale perfezionato stava a significare vivere appieno quei momenti storici. Citarne l’uso come strumento adatto a situazioni difficili stava a testimoniare quanto il Basile fosse partecipe della vita scientifica oltre che letteraria.
In quel momento feci l’erroneo accostamento al ponte di Surriento , località a noi vicina, poi, riflettendo, scartai l’ ipotesi sia per la mancata testimonianza del ponte in epoca coeva al Basile, sia perché una morte accostata ad un ponte richiama il suicidio. Gesto ampiamente escluso, se non nella sua manifestazione rituale, proprio di altre culture, in popolazioni cattoliche impegnate in una lotta quotidiana per la sopravvivenza dalla miseria e dalle malattie.
Poi il termine l’ho ritrovato nel ventesimo canto raccolto da Luigi Taglialatela alla fine del 1800 e classificato come canto contadino giuglianese.
Tu vattenne, morte de surriento,
nun fa vutà lu stòmmec’ ali ggente.
Stu ninnu nci ha perdut’ ‘ì sintemiente
Pe’ se peglia’ ‘sta brutta puzzulente.
Tene la rote, che n’abbasta a niente,
n’abbasta pe’ piglià merecamente
‘Ncapo re l’anno nce càreno li riente
E se tene ‘na guaje pe’ de nente.
La popolarità del canto e l’uso del termine di paragone con la figura rappresentata dal Basile, secoli dopo la pubblicazione, mi facevano pensare ad altra fonte e genesi della rappresentazione. Oggi il suo uso è desueto per cui occorreva cercare la spiegazione nelle pubblicazioni del passato.
La prima potevo riscontarla nella usanza che voleva che nel giorno dei morti nella terra santa si mettessero in mostra alcuni scheletri meglio conservati vestiti a nuovo . Costume macabro il cui uso va collegato alla convinzione della esistenza di un rapporto costante tra morti e vivi diffuso nel napoletano. Massima espressione il sogno e il lotto.
Ma non poteva essere questa la manifestazione che aveva dato corpo al termine di paragone utilizzato dal Basile e cantato dai contadini giuglianesi.
Mi ha maggiormente convinto, invece , quanto riportato a fine 1800 da Gaetano Ganzano.
Narrava il ricercatore che a Sorrento, sino alla fine del 1700, si conservava, nel grande palazzo Mastrogiudice, un gigantesco scheletro di legno e cartone, armato di falce, che rappresentava la morte.
I popolani del luogo nella ultima notte di carnevale, eseguivano una sorta di pantomima, una specie di commedia Atellana. Un grande fantoccio rappresentante il carnevale, addobbato di cibarie e leccornie, soprattutto quelle derivate dal porco, era sdraiato su un carro. D’altra parte, su di un altro carro, un fantoccio con le sembianze di una vecchia, che rappresentava la quaresima, addobbata con tutti i cibi del magro: baccala e legumi.
Lurida, secca, scarna.
Il carnevale muoveva verso la porta della città come per uscirne mentre la quaresima si muoveva per prenderne il posto. Alla mezzanotte i due carri dovevano incontrarsi sotto la porta cittadina. Lì incontravano il fantoccio rappresentante la morte: truce e gigantesco scheletro che, con la falce, decapitava il carnevale. La plebe, tra urla e schiamazzi, si lanciava sul fantoccio decapitato divorandone i beni trasportati e riducendolo in un enorme falò. La quaresima era entrata in città. Finita la ricorrenza il fantoccio rappresentante la morte veniva conservata gelosamente sino alla prossima pantomima. La manifestazione, vecchia di secoli, possiamo affermare, era seguita dai sorrentini ma anche da molti stranieri. Fu cosi che la “morte di Sorrento” divenne sinonimo di persona alta smilza di pessimo aspetto. La manifestazione cessò nel 1799 proibita dai francesi in nome della civiltà (?) e per il sospetto provocato dagli assembramenti notturni.

di Antonio Pio Iannone

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