L’Italia onererà Totò nel 50esimo anniversario della morte: ecco cosa è stato dedicato al “Principe della risata”

«Questa è una moneta dell’epoca di Augusto… è una moneta augustea!». Chi non ricorda la celebre scena del film «Guardie e ladri», in cui un Totò che si finge guida turistica organizza la truffa del «doppio sesterzio» ai danni di un ignaro e ricco turista americano, spacciandogli per «moneta augustea» una patacca di nessun valore? Sarà invece autentica la moneta celebrativa dal valore nominale di cinque euro che la Zecca dello Stato conierà in onore di Antonio de Curtis, in arte Totò, in occasione dei cinquant’anni dalla morte del grande comico napoletano. Una notizia che non può non rallegrarci, perché è un riconoscimento simbolico all’inimitabile arte comica del «principe della risata», il cui volto (e con il suo volto ci girerà anche e soprattutto un pezzo glorioso di Napoli) adesso potrà essere nelle collezioni numismatiche di tutta Europa.

La novità è contenuta nel catalogo delle emissioni 2017 della Repubblica italiana che oggi sarà presentato al World Money Fair di Berlino, il più prestigioso appuntamento numismatico internazionale giunto alla 46esima edizione. Nella collezione delle monete 2017, scelte dalla commissione tecnico-artistica istituita dal Ministero dell’Economia, è compresa infatti anche la moneta da cinque euro dedicata a Totò, il cui conio è previsto per il prossimo settembre. Disegnata dall’artista incisore Uliana Pernazza, medaglista romana, è un omaggio alla maschera teatrale dell’attore napoletano. Sul dritto della moneta, un ritratto di Totò con la bombetta, ispirato alla celebre foto di Guy Bourdin, del 1955. Sul rovescio, le mani del comico nella caratteristica «mossa», con l’indice e il pollice che si toccano a intreccio, incorniciate da pellicole cinematografiche; sul lato sinistro la firma autografa di Totò.

Bisognerà, dunque, aspettare il prossimo autunno per poterla vedere, quando il ministero dell’Economia pubblicherà nella Gazzetta Ufficiale il decreto che ne stabilisce il prezzo e il numero di esemplari. E chissà cosa avrebbe pensato il principe De Curtis se avesse saputo che la sua faccia sarebbe finita sulla moneta simbolo dell’Unione Europea, lui che definì l’Italia «un bellissimo Paese, in cui però per venire riconosciuti qualcosa, bisogna morire». Quisquilie? Pinzellacchere? In realtà a una moneta celebrativa ci aveva già pensato lui stesso, da vivo, realizzando un gesto di meravigliosa megalomania: 50 grammi in oro per farsi raffigurare, nel 1962, come un imperatore romano, di profilo e con tanto di stemma araldico. Quella moneta Totò la regalava agli amici più cari, come a voler lasciare la parte più «nobile» di se stesso. Del resto la questione nobiliare è stata per Totò, come si sa, una vera ossessione.

Nato il 15 febbraio 1898 nel rione Sanità, da una relazione clandestina di Anna Clemente con il marchese Giuseppe De Curtis, che però riconobbe il figlio solo all’inizio degli anni Venti, nel 1933 si fece adottare dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas, per ereditarne così la lunga serie di titoli nobiliari. Ma principe della scena lo fu di diritto, grazie al suo smisurato talento comico che gli fece attraversare negli anni Trenta e Quaranta le scene italiane del varietà, dell’avanspettacolo e della rivista, come un marziano. La sua fisicità dinoccolata, il lavoro sul corpo inteso come marionetta erano, in realtà, talmente eversivi da ritrovarsi in perfetta sintonia con tutta la ricerca teatrale dell’avanguardia del Novecento, teorizzata dal mimo Etienne Decroux, dalla biomeccanica di Mejerchol’d e dalle teorie di Gordon Craig.

Tutto ciò veniva praticato da Totò in maniera affatto spontanea, istintuale, guidato com’era da un gusto naturale per la rottura, e tuttavia quella dimensione eversiva, quella capacità di recitare «contro» lo spettacolo stesso, di scardinarne le regole compositive, tendeva a rendere quella comicità come un corpo estraneo nel teatro italiano di quegli anni, al punto che il passaggio di Totò al cinema di cassetta, soprattutto a partire dagli anni Quaranta, segnò in qualche modo la normalizzazione di una vena buffonesca surreale, difficile da gestire perché indipendente.

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