Processo termovalorizzatore, la Cassazione assolve De Luca

09/05/2013 Roma, assemblea annuale di Rete Imprese Italia. Nella foto Vincenzo De Luca

La fine di un incubo. Un incubo giudiziario durato cinque anni, da settembre 2011 a poche ore fa quando i giudici della sesta sezione penale della Corte di Cassazione (presidente Conti, relatore Fidelbo) hanno dato ragione alle tesi della difesa e respinto il ricorso presentato dalla procura generale di Salerno contro il governatore della Campania, Vincenzo De Luca. La vicenda è quella del termovalorizzatore che sarebbe dovuto essere realizzato in via Cupa Siglia a Salerno (il progetto è del 2008, ndr) quando De Luca, oltre ad essere sindaco della sua città, era anche stato nominato dalla presidenza del Consiglio dei ministri commissario per la realizzazione dell’impianto. I giudici della Suprema Corte, dunque, assolvono De Luca dal reato di abuso d’ufficio e confermano la sentenza emessa a fine gennaio scorso dai magistrati della Corte d’Appello di Salerno. Una sentenza «importante» da un punto di vista politico perché una possibile condanna (ovvero la conferma della sentenza di primo grado) avrebbero potuto mettere in serio rischio la permanenza di Vincenzo De Luca alla guida della Regione Campania e avrebbe potuto far cadere sul suo capo la scure della legge Severino. In virtù della ineleggibilità di De Luca alla presidenza del Consiglio regionale in quanto politico condannato.

Una sentenza che arriva in quella che calcisticamente verrebbe definita la zona Cesarini: a tre giorni, in pratica, dalla prescrizione del reato così come imposto dalla legge. Prescrizione alla quale De Luca, che vi aveva rinunciato nel processo di primo grado, ha invece deciso di non rinunciarvi ne in sede di Appello e tanto meno ieri in sede di Corte di Cassazione. Cosa invece che ha fatto un altro imputato eccellente del procedimento giudiziario, Alberto Di Lorenzo, ex capo staff di De Luca sindaco e project manager del progetto di realizzazione del termovalorizzatore. Lo ha dichiarato ieri in aula ai giudici della Suprema Corte il suo legale di fiducia, l’avvocato Arnaldo Franco. Aveva invece rinunciato fin dalle prime battute alla prescrizione, l’altro imputato del processo: il dirigente comunale Domenico Barletta.

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