Il prof. Iodice: “Dal Bangladesh all’Italia, il terrore è globale”

di Antonio Iodice

Il terrore come arma politica ha una storia antica: Robespierre lo teorizzò, quando i valori liberali della Rivoluzione francese si erano ormai persi nelle vendette e nelle faide per il potere. Prima ancora, innumerevoli dittatori, sanguinosi tiranni e satrapi dell’Oriente e dell’Occidente avevano governato insinuando la crudeltà e la paura nei sudditi. Il jihadismo, da questo punto di vista, non si è inventato niente: semplicemente, nel mondo globale anche il terrore supera i confini nazionali e colpisce ovunque, senza limitarsi alle “zone calde” e ai fronti di guerra.

Anzi, sembra che proprio quando l’Isis è in difficoltà in Siria, in Iraq e in Libia accentui l’organizzazione di attentati contro la popolazione civile, nel centro delle città occidentali e orientali, senza distinzione tra paesi cristiani e musulmani. Un modo come un altro per istillare il terrore allo stato puro, nell’imprevedibilità del target, nell’incertezza su quale metropoli sia più insicura delle altre, su quale quartiere sia meglio evitare, su quale aeroporto o nodo di scambio sia maggiormente a rischio.

La strage di Dacca, pochi giorni fa, ribadisce la “casualità del Male” e l’irrazionalità di un progetto politico basato sul disprezzo della vita – quella propria e quella altrui – sulla negazione di qualsiasi umanità, sull’imposizione di una visione unilaterale, fintamente rivestita di precetti confessionali, in realtà animata unicamente dall’odio verso il prossimo. Un quadro del genere assume l’angosciante concretezza delle stragi note e meno note – non dimentichiamo che, quasi in contemporanea con l’attacco di Dacca, un camion-bomba uccide oltre duecento persone a Baghdad, in occasione della fine del Ramadan – spesso organizzate da bande jihadiste che hanno solo un legame molto vago con l’Isis, ma che ne condividono il fanatismo e la totale indifferenza verso i diritti umani, anche di persone musulmane.

La strage del Bangladesh ci ha confermato l’impossibilità di analizzare sociologicamente la tipologia del jihadista: a Dacca i membri del commando non erano disperati sottoproletari oppure emarginati da ogni comunità, ma rampolli di famiglie benestanti, destinati a carriere politiche o insegnamenti accademici. Si trattava di giovani convertiti all’islam radicale da qualche imam privo di scrupoli, capace di fare presa in un contesto di assenza di valori alternativi e di ideologie “laiche”, le stesse che insegnano l’arte del confronto, della contrapposizione solo dialettica, della fermezza nelle proprie idee, pur nel rispetto di quelle altrui.

A Dacca ci sono state venti vittime – non solo le nove nostre connazionali – e tante famiglie hanno conosciuto il dramma della perdita improvvisa e imprevista di un loro caro. Anche comunità a noi geograficamente vicine sono state direttamente colpite: Piedimonte Matese e San Potito Sannitico, nel casertano, Acerra, nel napoletano, sono i posti in cui si divideva la vita e il lavoro di Vincenzo D’Allestro, 46enne imprenditore del settore tessile, che era a Dacca per la sua attività e che sarebbe dovuto essere lì insieme alla moglie, che solo all’ultimo, fortunatamente, era rimasta a casa. Spesso in viaggio, soprattutto nei paesi in cui la tessitura è un’arte e i costi delle materie prime e della manodopera sono più bassi, Vincenzo è morto mentre stava al bar, in attesa di cenare, insieme ad altri imprenditori, a cooperanti, manager, semplici impiegati.

Si teme sia stato addirittura torturato: è morto a causa di una guerra che non voleva e nella quale non combatteva. Dopo la strage tanti commentatori, sui quotidiani, hanno preso parola chiedendo al governo italiano di schierarsi più chiaramente nel conflitto contro il presunto “Stato Islamico”, suggerendo la necessità dell’invio di truppe laddove si combatte sul campo. Ma, ci chiediamo, l’Italia non è già schierata? Il nostro paese non è in favore del dialogo tra i popoli, dell’intercultura, del confronto tra le confessioni, della multietnicità e dell’accoglienza di profughi e richiedenti asilo? Non è già questa una netta e precisa presa di posizione? Una “dichiarazione di pace”, ostinata e continua esattamente come la dichiarazione di guerra dei terroristi?

Un richiamo a non derogare dal rispetto dei diritti umani e dalla promozione delle libertà individuali, nella convinzione che una società in cui il lavoro sia remunerato come merita di essere, in cui i servizi sociali non siano cancellati per i pareggi di bilancio e in cui il dibattito tra le idee sia vivido ma sereno, non concederebbe spazio agli attacchi dei kamikaze, ai camion-bomba, agli assalti dei terroristi. Non dobbiamo, però, commettere l’errore di pensare che la “casualità del Male” sia qualcosa che appartenga solo al jihadismo e che la follia mortale abbia unicamente una matrice islamico-radicale.

Oggi Nicholas Green avrebbe quasi trent’anni, se non fosse stato ucciso, nel lontano 1994 – quando ne aveva solo sette – per errore durante una rapina, sulla Salerno-Reggio Calabria. Era un bambino americano che stava andando in vacanza con la famiglia, quando l’automobile guidata dal papà fu scambiata per quella di un gioielliere e su “assaltata”, armi in pugno, da due affiliati alla ‘ndrangheta. Nicholas morì dopo pochi giorni, al Policlinico di Messina.

La famiglia, dimostrando una dignità e una forza d’animo incredibile, autorizzò la donazione di organi – che all’epoca era vista con molto scetticismo – e ancora oggi sette italiani vivono con il “dono” di Nicholas, capace – a soli sette anni – di sconfiggere la crudeltà bestiale degli uomini. Emmanuel Chidi Namdi, invece, era fuggito dalla Nigeria, insieme a sua moglie, a causa delle atrocità del gruppo terrorista Boko Haram, che gli aveva ucciso i genitori e la figlia nell’assalto a una chiesa. Emmanuel e la moglie avevano attraversato il Mediterraneo subendo altre, terribili violenze, che causarono nella giovane un aborto.

Arrivati in Italia, avevano ricevuto accoglienza da don Vinicio Albanesi, presso la Comunità di Capodarco di Fermo, nelle Marche. Pochi giorni fa Emmanuel è stato ucciso in una lite scaturita dalle offese razziste che un energumeno locale, noto per le sue posizioni xenofobe, aveva rivolto alla giovane nigeriana, incontrata casualmente per strada. Emmanuel è stato pestato a morte, proprio nel paese in cui si era rifugiato per dimenticare gli eccidi dei fondamentalisti. Il piccolo Nicholas e il povero Emmanuel ci dimostrano come la rabbia cieca e il cuore colmo di odio non leggono il passaporto e non conoscono la religione di appartenenza: se il terrorismo è globale, anche la nostra lotta per i diritti umani deve essere senza confini.

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