Il prof. Iodice: “Il futuro dell’Europa dopo la Brexit”

di Antonio Iodice

La mattina dello scorso 24 giugno il risveglio non è stato positivo. Eravamo andati a dormire con gli exit poll del referendum inglese sulla permanenza nell’Unione Europea che davano per prevalente la scelta del Remain, tanto che Nigel Farage, leader populista e xenofobo, aveva quasi ammesso la sconfitta. L’effettivo conteggio dei voti, nella notte, ha dato un esito diverso, lasciandoci un’amara colazione: il Regno Unito ha scelto, anche con un certo margine, di lasciare l’Unione Europea, mettendo a repentaglio quel progetto di unione continentale per il quale si sono spese alcune delle migliori menti politiche del XX secolo e ancora dell’inizio del XXI.

Un minuto dopo l’ufficializzazione dei risultati si è scatenato in Italia un lancio di invettive contro la popolazione inglese: a parere dei molti l’uscita britannica dall’UE sarebbe causata dal voto della componente anziana, provinciale, scarsamente istruita e politicamente conservatrice della popolazione. “Un voto ignorante”, si potrebbe dire. Da qui una serie di contumelie, a proposito dell’Inghilterra rurale, rozza e anche un po’ zozzona, che avrebbe determinato un danno enorme a quella, invece, acculturata, progressista e globalizzata che avrebbe votato, ovviamente, per restare con Bruxelles.

I lettori ben sanno quanto al sottoscritto stia a cuore il progetto europeista, ciononostante non possiamo che rigettare un simile ragionamento: il voto popolare va sempre rispettato, non fa eccezione un esito sorprendente e in fondo deludente. Il più triviale dei cittadini inglese ha la stessa dignità, nel segreto dell’urna, dell’intellettuale più colto e raffinato: la forza della democrazia è rappresentata da questo “dramma”, solo apparentemente paradossale. Le analisi del voto – quelle basate su calcoli politologici e non sulle invenzioni di qualche giornalista – ci dicono effettivamente che tutta l’Inghilterra (e il Galles) abbiano votato per lasciare l’UE, mentre solo la città di Londra – una delle più “europee” e globali in assoluto al mondo – e le “propaggini” di Scozia e Nord Irlanda hanno scelto di rimanere.

Si favoleggia, inoltre, su un voto “anziano” e, come tale, poco rappresentativo degli umori della popolazione: un giudizio del genere – al netto del dispiacere che suggerisce scomposte reazioni “a caldo” – sfiora l’offesa e insulta l’intelligenza: per quale motivo l’opinione di un ventenne londinese dovrebbe essere maggiormente ponderata di un settantenne di Cardiff? Se quest’ultimo sbaglia, identificando l’Unione Europea come la causa del suo impoverimento, siamo sicuri che sia nel giusto lo studente universitario del college londinese, che indentifica l’UE solo come la possibilità di viaggiare da uno Stato all’altro senza tante complicazioni alla dogana? L’Europa più “vera” quale è, quella del primo o quella del secondo? Come si può immaginare, le motivazioni che presiedono un voto – anche il più semplice e diretto come quello di un referendum (in cui si deve scegliere tra “Rimanere” e “Uscire”) – sono sempre complesse e articolate: ciò vale per il Remain come per il Leave. Nessun voto è uguale a un altro, neanche all’interno dello stesso campo di scelta, ma tutti i voti meritano rispetto. Né è prova di serietà chiedere: “allora rivotiamo”, magari continuando a farlo finché non prevale il Remain

Certo, una scelta decisiva come quella della Brexit rende necessaria una chiara campagna informativa, precedente il voto, che illustri compiutamente le conseguenze delle due scelte: si ha tutta l’impressione che ciò non sia avvenuto nel Regno Unito e che le maggiori responsabilità, in tal senso, non siano da addebitare solo al premier Cameron, che ha costruito il referendum come un plebiscito nei suoi confronti. Dove era l’UE quando si trattava di diffondere una corretta ed esauriente comunicazione sull’assurdità di abbandonare un’unione politica che, nel solo campo della ricerca, aveva attribuito negli ultimi sette anni qualcosa come trenta miliardi di euro di progetti comuni, nei quali era presente anche il Regno Unito? Cosa faranno, adesso, gli scienziati britannici: interromperanno ogni ricerca cofinanziata da Bruxelles?

Ancora una volta, quindi, l’Europa unita diventa un pretesto per regolare i conti internamente a qualche Stato. Una lezione da apprendere e, possibilmente, da non imitare nel caso del nostro paese, che tra pochi mesi sarà chiamato a decidere su una fondamentale riforma della Costituzione: la speranza è che la cittadinanza voti entrando nel merito delle modifiche proposte, senza farsi trascinare dalla spinta emotiva di esprimere un giudizio sul governo in carica.

Torniamo all’Unione Europea: cosa fare, adesso? Non fasciarsi la testa, prima di tutto, né lasciarsi contagiare da un irreversibile pessimismo. La costruzione dell’Europa unita ha superato, nel corso degli ultimi decenni, ostacoli e difficoltà: nato per lasciare definitivamente alle spalle le tragedie politiche, economiche e umanitarie della prima metà del XX secolo, il progetto europeista più volte è parso una caravella in mezzo ai marosi, inficiato da antipatie interstatali, come pure da alleanze tra alcuni paesi, volte a escluderne altri. Sciovinismo, xenofobia, Guerra Fredda e contrasti interni hanno accompagnato lo sviluppo della “fanciulla europea”, che adesso è diventata una donna adulta e consapevole: saprà accettare, quindi, l’addio di uno dei suoi figli, nella speranza che sia solo un arrivederci.

Come giustamente ricordato in un articolo di Elisabetta Gualmini e di Salvatore Vassallo sull’«Unità» del 29 giugno, Jean Monnet già nel 1978 scriveva: “L’Europa sarà forgiata dalle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi”. Chi pensa che l’Unione Europea possa essere la soluzione a ogni problema sbaglia nella stessa misura in cui sbagliano coloro che, al contrario, la identificano come la fonte di ogni problema: come ogni istituzione politica, l’UE è la mediazione tra problematiche e soluzioni, tra contrasti e dialoghi, tra inciampi e accelerazioni.

L’Europa unita vive nel suo essere, nel bene e nel male, lo scenario di riferimento della nostra politica quotidiana: in un mondo in cui le organizzazioni continentali si vanno strutturando sempre di più, per rispondere compiutamente alle sfide globali, tornare indietro agli Stati-nazione sarebbe una scelta inusuale e, in fondo, suicida. Va bene, il Regno Unito si è tirato fuori, almeno momentaneamente: lo lasciamo al suo Commonwealth e ai fasti di un Impero che non c’è più. Le ragioni – in termini di pace, di sviluppo economico e di solidarietà tra popoli – che consigliarono, quasi sessanta anni fa, l’inizio di un percorso verso l’Europa unita, invece, ancora non sono tramontate.

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