Il prof. Iodice: “Tra la Apple e i Pink Floyd”

di Antonio Iodice

Sentirsi al centro del mondo, per un intero territorio, è una sensazione bella e appagante, che ricompensa di tante delusioni e che lascia intravedere concrete possibilità di riscatto, non solo economico, ma soprattutto culturale e sociale. A Napoli e alla sua Città metropolitana è accaduto lo scorso fine settimana, in occasione di due eventi in apparenza molto distanti tra loro, per argomento e per modalità operative. L’8 luglio è arrivata l’attesa ufficializzazione della prossima apertura di un centro di formazione per lo sviluppo delle applicazioni Apple, previsto nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, già reso celebre da una battuta del grande Totò, specificatamente nell’area dell’ex Cirio, dove adesso alloggia l’università Federico II.

Non è una cosa da poco: sono previsti sette milioni di euro per mille borse di studio destinate a giovani talenti campani con la passione e la competenza per l’informatica e l’high tech. Grazie all’accordo tra la Apple e la Regione Campania si formerà una vera e propria Academy, la terza nel mondo e la prima in Europa, dato che le due già esistenti hanno sede nel quartier generale della Apple – la celebre Cupertino – e in Brasile: già essere accomunati al cuore pulsante dell’azienda della Mela e a un mercato in grande espansione come quello brasiliano fa capire le grandi potenzialità del nostro territorio, spesso evidenti più all’estero che non nel nostro paese.

Proprio negli stessi giorni dell’accordo, inoltre, le strade più note di Napoli, ma anche quelle esterne al circuito turistico, hanno ospitato un evento che rivestiva un ruolo di primo piano nel calendario della moda mondiale: la presentazione della nuova collezione dei famosi stilisti Dolce & Gabbana, ambasciatori del made in Italy nel mondo e prossimi a celebrare il trentennale della loro attività. Hanno deciso di farlo a Napoli, “investendo” la città per quattro giorni con un ciclone di iniziative, entusiasmi, energie e attenzioni mediatiche.

Si è creato un vero e proprio micro-sistema economico, dotato di cifre a cui francamente non siamo abituati a queste latitudini: calcoli ancora approssimativi parlano di due milioni di euro, a cui vanno aggiunti i profitti dell’indotto e l’enorme pubblicità internazionale. Per una volta Napoli è salita agli onori delle cronache per un evento di cui essere orgogliosi, non per un episodio di criminalità micro o macro. È stata una festa di paese, nel senso più alto del termine, che ha contribuito ad annullare la distanza solitamente posta tra la moda elitaria e le masse popolari: una kermesse pensata in modo così intelligente da esaltare la napoletanità, dagli scorci di San Gregorio Armeno alle serate di gala a Posillipo, dall’eleganza di Chiaia all’esplosione di “street food”, cioè di una moda gastronomica che a Napoli è sempre esistita, prima ancora di chiamarsi in questo modo.

Corni e cornetti, pizza fritta, pizza fritta e statuette di terracotta, alberghi esauriti e stravaganze di qualche ospite vip: un caleidoscopio di umori e di sensazioni, di colori e di odori travolto, coccolato e protetto dal calore popolare. In nessun altro posto una sfilata di moda sarebbe penetrata così intensamente nel cuore della città e ne sarebbe stata a sua volta influenzata. Non a Firenze, non a Milano, ma neanche a New York o Parigi: le capitali mondiali della moda possono solo immaginare quel set naturale e meraviglioso rappresentato da questa città, quando intende esaltare se stessa e non auto-deprimersi nella criminalità, nella lotta per il potere malavitoso, nelle faide interne. Nei quattro giorni di D&G Napoli si è risparmiata gran parte dei mali – vecchi e nuovi – di cui soffre, per regalarsi un intervallo fantastico, composto dall’impensabile mix di eleganza glamour e fantasia popolare. Per evitare che tutto ciò si riveli essere solo una fortunata ma isolata parentesi, ognuno di noi deve fare la sua parte, compresi quegli attori sociali che hanno grande responsabilità nel disegnare un immaginario collettivo su Napoli e i napoletani.

Stiamo parlando – qualcuno lo avrà intuito – dei giornalisti e della stampa: abbiamo il (fondato) dubbio che la kermesse di moda, così come il prestigioso accordo con la Apple, avrebbero goduto di una ben più ampia risonanza mediatica, se si fossero svolte in una città del centro-nord Italia, anziché nel Meridione. Persino un terzo evento mirabile, come lo storico ritorno del chitarrista e cofondatore dei Pink Floyd, David Gilmour, a Pompei, ben 45 anni dopo il celebre concerto nell’Anfiteatro, all’epoca svolto, peraltro, senza pubblico e in funzione solo della registrazione video. Addirittura la stampa ha cercato di creare “il caso” equivocando una dichiarazione della rockstar, in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria di Pompei. Come ben sappiamo, la disinformazione si compone di un misto di indifferenza e di colpevole mistificazione: al Sud ne siamo abituati, in virtù dell’evidenza per cui i grandi gruppi giornalistici italiani rispondono a interessi “settentrionali”. Sarebbe opportuno, quindi, ragionare insieme sul modo con cui il Meridione possa far diventare “globale” la sua voce, uscendo dai confini geografici, culturali ed economici in cui da tempo è stato relegato.

 

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